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Dalle parole al dialogo

Atteggiamento di indifferenza

Atteggiamento di empatia

 

Questa coppia di atteggiamenti commisura la vicinanza emotiva che gli interlocutori esprimono dialogando. I sinonimi ci aiutano a scoprire pienamente il loro significato.

I  sinonimi di indifferenza sono: freddezza, impassibilità, neutralità; lontano, assente, burocrate.

I sinonimi di empatia sono: comprensione, attenzione, coinvolgimento, interessamento, discorso centrato sul tu (Rogers)

Non può esserci dialogo profondamente umano quando si avverte disinteresse in coloro che ascoltano. Di fronte ad un ascolto indifferente la comunicazione non può che spegnersi. Colui che parla sente che la sua situazione per quanto drammatica e i suoi sentimenti per quanto dolorosi non significano nulla. Il suo inter­locutore sente, ma non sente; ode, ma non ascolta. È una relazione io-esso, non io-tu. E’ l’atteggiamento del burocrate che parla a te, non con te; mentre risponde continua a fare altro; non ti guarda e ha piacere che tu ti renda conto che non ti guarda e che non conti nul­la per lui.

L’atteggiamento di indifferenza si può considera­re come ignorare; ignorare è peggio che disapprovare. Tutti conosciamo il senso di malessere che si avverte quando si è ignorati; non è soltanto l’amarezza di co­statare che ciò che si dice non viene preso in considera­zione; ma è la sensazione indistinta di essere rifiutati, quasi di essere di troppo. Il comportamento dell’igno­rare frustra uno dei bisogni fondamentali della perso­na: quello di vedersi riconosciuti come valore e di rice­vere considerazione per il fatto stesso di essere persona.

L’empatia è la capacità di lasciarsi coinvolgere nel mondo emozionale altrui e di prenderlo in considera­zione; la persona empatica è quella che sa soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce; ha la singolare dote della comprensione; comprendere una persona signifi­ca mettersi dal suo angolo visuale per capire le cose co­me le capisce lei, adottare i suoi schemi mentali, ragio­nare partendo dalle sue premesse.

Comprendere è immergersi nel mondo interiore al­trui, partecipare alle sue esperienze ascoltando le sue motivazioni nel silenzio delle proprie, è raccogliere e ac­cogliere in noi l’interiorità altrui e viverla insieme al­meno per un poco. È l’incontro di due esistenze cari­che delle proprie vicende umane.

Comprendere una persona non significa condivi­dere le sue idee o approvare le sue decisioni, ma ren­dersi conto che, nel suo quadro mentale, esse hanno una loro coerenza e una loro legittimità.

 

Comprendere è ben al di là del conoscere e del ca­pire; la persona empatica è proprio quella che ha com­piuto il cammino dal conoscere al comprendere; sa leg­gere nell’animo mentre ascolta le parole; ci mette qual­cosa di più che sguardo e udito: il cuore. Nella lettura del vissuto umano gli occhi non bastano; bisogna an­dare al di là. L’incontro di due persone è sempre in­contro di sguardi; ma nello sguardo ci può essere an­che soltanto lavoro di cervello.

« Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è in­visibile agli occhi. Ecco il mio segreto. È molto sempli­ce. Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Tu non dimenticarla mai »’. È il segreto che la volpe rivela al piccolo principe venuto sulla terra da un pianeta lonta­no per ricompensarlo dell’amicizia che le ha donato; lo racconta Saint-Éxupéry in quel suo capolavoro lettera­rio e umano intitolato appunto Il piccolo Principe.

Quegli occhi che non riescono a penetrare nell’es­senziale sono quelli della ragione, sono 1′esprit de géo­métrie di Pascal, quel conoscere matematico che rac­coglie e cataloga dati, rivela costanti, esige e offre di­mostrazioni e verifiche, fonda la scienza.

Ma per penetrare nell’intimo della persona, nell’u­inverso dei suoi pensieri, paure, incoerenze, stanchez­re, desideri, rimorsi… il modello conoscitivo scientifi­co è impotente; occorre un approccio di altro tipo, un altro strumento di conoscenza: 1′esprit de finesse, 1′in­tuizione del cuore, tanto facile da capire quanto diffi­cile da definire. L’intuizione è un momento colorato del conoscere. Per lo studio dell’umano la ragione da sola è inadeguata; occorrono testa e cuore insieme, quello che Binswanger chiama il pensiero amorevole. Leggiamo tra i Pensieri di Pascal:

 

Noi conosciamo la verità non soltanto con la ragio­ne, ma anche con il cuore (…) e invano il ragionamen­to, che non vi ha parte, cerca d’impugnarne la certezza (…). Noi, pur essendo incapaci di darne giustificazione razionale, sappiamo di non sognare; e quell’incapacità serve solo a dimostrare la debolezza della nostra ragio­ne e non l’incertezza di tutte le nostre conoscenze (…).

Ed è inutile e ridicolo che la ragione domandi al cuo­re prove dei suoi primi principi, per darvi il proprio as­senso, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimostra, per indursi ad accettarle.

Questa impotenza deve dunque servire solamente a umiliare la ragione che vorrebbe tutto giudicare, e non a impugnare la nostra certezza, come se solo la ragione fosse capace d’istruirci. Piacesse a Dio che, all’oppo­sto, noi non ne avessimo mai bisogno e conoscessimo ogni cosa per istinto e sentimento! Ma la natura ci ha ricusato un tal dono!

II cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce: lo si osserva in mille cose.

Vi sono persone che hanno una specie di propen­sione innata per ciò che è umano e per gli stati d’animo dell’uomo.

Gordon Allport (1897-1968), noto psicologo ame­ricano, studioso in particolare della personalità, in un suo trattato di psicologia scrive:

Alcune persone sembrano per natura interessarsi al significato degli stati soggettivi, sentimenti, fantasie, de­sideri e significati interiori. Sono particolarmente sensibili alle altrui sfumature della motivazione, del con­flitto, della sofferenza (…); tendono sempre a conside­rare la natura in termini umani (…); nella loro natura c’è una passione per il soggettivo; sono psicologi nati nel senso in cui noi applichiamo tale definizione a Sha­kespeare o a Dostoevskij ‘°.

Colui che parla in clima empatico non soltanto è ascoltato, ma si sente ascoltato; viene così soddisfatto il suo bisogno di sentirsi considerato e di ricevere ma­nifestazioni d’attenzione.

Si aggiunga che, per la legge della reciprocità dei sentimenti, la considerazione positiva ricevuta viene ri­cambiata ed entrambi gl’interlocutori ricevono gratifi­cazione dall’incontro. L’empatia, più di qualsiasi altro atteggiamento positivo, converte il parlare in un vero dialogo, e in definitiva trasforma il mondo degli esseri umani in un mondo di relazioni vive.

Da: Dalle parole al dialogo

Quaresima

Quaresima, per amore o per forza?

di ENZO BIANCHI

Tra i doni più preziosi lasciatici dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – la prima a essere promulgata dal Vaticano II, tempo di grazia per la Chiesa indetto proprio cinquant’anni fa – vi è la ricollocazione del tempo di Quaresima nella tradizione della Chiesa primitiva. Ora, due sono gli elementi che hanno caratterizzato questo tempo liturgico a partire dal IV secolo, quando si è strutturato attorno ai quaranta giorni precedenti la Pasqua: la dimensione di preparazione al battesimo per i catecumeni e quella di penitenza per i peccatori chiamati a conversione.

Così recita quel testo, mai troppo citato: «Il duplice carattere del tempo quaresimale che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione del battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la dedizione alla preghiera, sia posto in maggiore evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica» (SC 109). Sono dimensioni quanto mai fondamentali per una vita cristiana adulta che si confronta con l’oggi della storia, in una società secolarizzata in cui si fatica a testimoniare e discernere la differenza cristiana.

Il tempo quaresimale, in questo, è davvero “il tempo favorevole”, l’occasione propizia affinché non solo i catecumeni adulti si preparino a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma ogni fedele faccia memoria del proprio battesimo e rinnovi attraverso la penitenza il movimento di ritorno a Dio nella libertà e per amore. Se infatti il venir meno di un contesto sociale segnato dalla cristianità ha comportato una diminuzione della pratica cristiana da parte di quanti la vivevano per abitudine o addirittura per obbligo, oggi chi avverte con forza l’istanza di conversione che la Quaresima richiama vi può rispondere in piena consapevolezza, libero da condizionamenti: si tratta di rifiutare gli idoli seducenti, di tentare un allontanamento dal cattivo operare per una rinnovata fedeltà all’unico Signore vivente e vero. Gli strumenti che rendono il cammino quaresimale un percorso di liberazione segnato dall’amore sono anch’essi sapientemente ricordati dal Concilio: «L’ascolto più frequente della parola di Dio», «la preghiera più intensa», «una penitenza quaresimale che non sia soltanto interna e individuale ma anche esterna e sociale», «il digiuno», «in modo da giungere così, con animo sollevato e aperto, alla gioia della domenica di Risurrezione» (SC 109-110).

La conversione, allora, sarà un ritorno nutrito e sostenuto da una rinnovata assiduità alla parola di Dio contenuta nelle Scritture: lì è Dio che rinnova costantemente, attraverso i suoi profeti, l’appello alla conversione. Non dimentichiamo che il Vangelo stesso si apre con l’invito di Giovanni il Battista e di Gesù: «Convertitevi e credete al vangelo!» (Mc 1,15; cf Mt 4,17). È quindi, anche per noi oggi, sempre tempo di conversione perché sempre, nonostante la vita di fede e il nutrimento sacramentale, gli idoli seducenti ci allontanano da Dio, ci inducono a dimenticare il Vangelo, a contraddire la volontà di Dio che ci vuole liberi da ogni seduzione idolatrica: sempre l’itinerario cristiano ha bisogno di “correzioni di rotta” perché sempre Satana, il divisore, ci distoglie dal cammino intrapreso. Peccato e conversione sono coesistenti in noi: siamo sempre cristiani peccatori bisognosi di conversione, di ritornare al Padre nella sequela di Gesù, venuto proprio per i malati e i peccatori (cf Lc 15,7).

Ora, questa conversione – e la penitenza che rende manifesto ciò che dimora nel cuore dell’uomo – non è un mutamento solo intellettuale, un cambiare mentalità, ma è anche un modificare le abitudini di vita, un impegno pratico, “esterno e sociale” come ricorda il Concilio: diventa un comportamento diverso da quello del mondo, un atteggiamento conforme ai sentimenti di Cristo. Si tratta davvero di acquisire lo sguardo di Dio sulla realtà che ci circonda, come ammonisce san Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Questo rende possibile anche cogliere il bisogno dell’altro, la sofferenza del debole, il grido dell’oppresso, la solitudine dell’emarginato: farsi prossimo di chi è in difficoltà diviene allora la via regale per tornare a Dio con tutto il cuore e predisporsi così a celebrare degnamente la Pasqua di risurrezione, avendola attesa «con la gioia dello Spirito Santo [...] e con l’animo ardente di gioioso desiderio» (Regula Benedicti 49,6-7). «Dolorosa gioia» chiamavano i Padri la Quaresima: sì, se sappiamo viverla nutrendo gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf Fil 2,5), allora la nostra sarà una Quaresima vissuta non per forza ma per amore, nella potenza trasfigurante dell’amore.

Enzo Bianchi

Da: Vita Pastorale


   

 

I Libri della Fede

Memoria e storia della nostra fede
di Stella Morra

«È la memoria una distesa di campi assopiti e i ricordi in essa chiomati di nebbia e di sole.
Respira una pianura rotta solo dagli eguali ciuffi di sterpi: in essa unico albero verde la mia serenità».

David Maria Turoldo

Io non ho mani

Strana capacità la memoria: consente di ricordare, ma anche sceglie e dimentica, ci lascia rasserenati come un unico albero verde in una piana nebbiosa, ma a volte ci inquieta e ci agita rendendoci incapaci di lasciar cadere, di liberarci. Ci offre distanza, e dunque calma gli ardori, ma a volte ci offre anche rimpianto o rancore, che nutrono le braci e non lasciano che il fuoco si spenga. Per questo non possiamo ignorare la memoria, ci tocca guardarla in volto, quando è dolorosa come quando è quieta; infatti, ciò che non è ricordato è destinato a essere ripetuto.

Per questo vorremmo proporre diversi esercizi di memoria intorno alla nostra fede, dolorosi o lievi, che ci indichino i tanti metodi con cui è possibile ricordare e dimenticare, ma soprattutto pacificare.

Il primo è un testo che va direttamente ed esplicitamente alla questione: Giuseppe Platone (a cura di), Roghi della fede. Verso una riconciliazione delle memorie, Claudiana, 2008, pagg. 224, euro 17,00. Nel 1397, nella cittadina di Steyr, in Austria, l’Inquisizione condannò al rogo un centinaio di valdesi che avevano rifiutato di abiurare la loro fede; seicento anni dopo un monumento ricorda l’eccidio e, nel 2005, un analogo monumento viene inaugurato in Piemonte a cura di un gruppo ecumenico per riconciliare la memoria di quell’evento. Il libro raccoglie la storia e le riflessioni teologiche sui due fatti: sul rogo e sul gesto riconciliatore, una storia dalla parte di coloro che la Storia ha considerato vinti e sconfitti, ma che una volta tanto sono stati riconosciuti e onorati seppure secoli dopo.

Saperi e poteri

Il secondo libro di cui vorremmo parlare è: Sofia Boesch Gajano ed Enzo Pace, Donne tra saperi e poteri nella storia delle religioni, Morcelliana, 2008, pagg. 512, euro 32,00. A partire dalla relazione maschile-femminile nel confronto fra religioni, il libro sceglie un campo di indagine specifico (e doloroso!), quello della correlazione tra poteri e saperi; il metodo compara e utilizza diverse discipline: ci viene mostrato come si sperimenti una diversa trasmissione dei saperi tra uomini e donne, e dunque come si giunga a una diversa conoscenza della realtà e a un diverso esercizio dei poteri, ma anche a diverse pratiche spirituali e comportamenti, all’interno come all’esterno delle istituzioni ufficiali sia delle religioni monoteiste come delle religioni antiche, orientali, africane e afroamericane.

Un esercizio di storia delle donne, memoria di genere, che si fa e diventa storia degli uomini e delle donne e delle loro relazioni, un esercizio che dal ricordo di complementarietà e conflitti, esposti senza partigianeria, ma nella chiara consapevolezza di una parzialità, offre una base per la odierna consapevolezza delle religioni.

Doppio Rahner

Il terzo testo, come anche il quarto, si presentano come un esercizio di memoria perché ci ripropongono due testi (uno alla sua IV edizione rivista, l’altro mai tradotto prima in italiano, sebbene scritto nel 1967) che possono già essere considerati dei piccoli “classici” della migliore teologia degli anni conciliari. Va segnalato che fanno parte, come anche l’ultimo libro di cui parleremo, di una pregevole collana dell’editrice Morcelliana (“Teologia. Nuova serie”) che ripropone testi e saggi brevi, in versione economica, che solo la loro vicinanza storica ci trattiene dal definire, appunto, classici; testi che hanno autorevolmente qualificato il dibattito trenta o quaranta anni fa e che sembravano spariti, come testi e come temi. Ci sembra invece davvero fecondo rileggerli oggi, nella loro pacata serietà e semplicità, se non altro per misurarne la distanza dai dibattiti odierni (curioso davvero rileggere il testo a due mani, Karl Rahner e Joseph Ratzinger, sul problema del rapporto tra episcopato e primato! Vedi: Episcopato e primato, Morcelliana, 2007, pagg. 192, euro 14,00).

Ma torniamo al testo: Karl Rahner, Sulla teologia della morte, traduzione di Lydia Marinconz, Morcelliana, 2008, pagg. 144, euro 12,00; si tratta di una nuova edizione dell’opera uscita in prima edizione tedesca nel 1958, con l’aggiunta di un piccolo inedito di Rahner che rilegge e commenta se stesso.

Considerando la morte nella sua realtà dialettica e nella sua natura «velata», egli pone radicalmente in discussione la definizione usuale della morte come «separazione dell’anima dal corpo» e, per superarne l’inaccettabile dualismo, propone la tesi della «pancosmicità dell’anima». Originali sono le sue considerazioni sull’aspetto personale della morte come fine dello status viatoris, come unità dialettica di azione e passione, come realtà che pone in relazione tempo ed eternità e finisce con riflessioni di sorprendente finezza sul rapporto tra morte e peccato e sulla possibilità del «con-morire con Cristo».

L’altro testo, per la prima volta presentato in italiano, è: Karl Rahner, La gerarchia nella Chiesa. Commento al capitolo III di Lumen Gentium, a cura e con introduzione di Giacomo Canobbio, traduzione di Giulio Colombi, Morcelliana, 2008, pagg. 96, euro 10,00. Si tratta di un commento scritto da uno dei protagonisti stessi della discussione che ha prodotto la Lumen Gentium: Karl Rahner era infatti uno dei periti maggiormente influenti al Concilio, attraverso i suggerimenti che forniva ai vescovi tedeschi. Nel fervido clima della discussione postconciliare circa l’episcopato, Ranher commenta puntualmente il testo con un’attenzione precisa al dettato materiale della Costituzione: ci viene così offerto (con il testo latino e la versione italiana a fronte) un apparato di note meticolose che ci ricordano (ancora la memoria!) quanto sia importante capire, a fondo, fino alle sfumature, un testo frutto di un faticoso e fecondo lavorio di redazione.

Una preziosa sintesi

L’ultimo libro di cui vogliamo parlare, sempre dalla stessa collana, è: Rosino Gibellini, Breve storia della teologia del XX secolo, Morcelliana, 2008, pagg. 184, euro 14,00. Si tratta di una piccola opera davvero preziosa: l’autore è noto in Italia per aver curato alcuni degli sguardi sintetici sulla storia e sulle figure della teologia contemporanea, sui nodi problematici e sulle voci più significative, tra i più completi, curati e utili; nel corso della sua vita ha incontrato e intervistato quasi tutti maggiori protagonisti del panorama contemporaneo e ha saputo presentarli al pubblico italiano, spesso non troppo preparato a comprendere questi dibattiti. Ora, in questo libro, ci viene offerta una sintesi alla portata davvero di tutti, anche per la sua brevità, che ci offre una ricostruzione chiara ed essenziale del pensiero cristiano nei suoi molteplici volti, attenta a far emergere le continuità di lungo periodo e le fratture che ne hanno segnato la storia nel ’900.

Di fronte a quello che oggi si chiama “il conflitto delle interpretazioni”, conflitto che rischia di scandalizzarci, siamo chiamati a guardare la storia della teologia con la distanza che ci fa ricordare che la comunità cristiana, diffusa nel mondo, è una comunità che pensa, per capire e per interpretare la vita, per comunicare e per agire, per farsi solidale con il proprio tempo, e questo necessita che nessuno si sottragga alla fatica della propria parzialità. Ancora un esercizio di memoria dunque.

Forme e luoghi diversi con cui ricordare, per non essere condannati a ripetere semplicemente se stessi.

Stella Morra
da: Letture

Roma. Video promozionale di presentazione della nuova Bibbia Via Verità e Vita. L’impostazione della presente “nuova edizione” della Bibbia CEI (Conferenza Episcopale d’Italia)  nasce nel solco del lungo apostolato della Società San Paolo e della Famiglia Paolina, caratterizzato no solo dalla diffusione del testo, ma anche dall’offerta di commenti destinati a favorirne la comprensione e l’accostamento alla vita.

Il Beato Giacomo Alberione, Apostolo della comunicazione sociale e Fondatore della Famiglia Paolina, ribadiva sempre due aspetti nelle edizioni della Bibbia: il carattere pastorale e la peculiarità di un commento destinato a raggiungere la mente (verità), la volontà (via) e il cuore (vita) dei destinatari. È questo il trinomio (vedi Gv. 14,6) che fa da sfondo all’intero commento di questa nuova edizione della Bibbia: note esegetiche (verità), note teologico-pastorali (via) e note liturgiche (vita) con l’obiettivo di “portare gli uomini a Dio, prendendoli come e dove sono”.

In tutte le librerie “San Paolo” e “Paoline” d’Italia dal’1 febbraio 2009. 

da: Società San Paolo

 

santagiustaSanta Giusta (Italia). In occasione della Festa della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio, nel contesto dell’Anno Paolino, la Parrocchia di Santa Giusta, insieme alla Società San Paolo presente sul territorio, dà vita alla singolare iniziativa della lettura integrale a puntate delle epistole di san Paolo (13 lettere) sostenuta anche da brani musicali sacri di vari artisti, che si terrà ogni venerdì alle ore 21 nella Cripta della Basilica, con inizio il 23 gennaio.

Tale iniziativa sarà accompagnata da una riflessione tenuta dal paolino don Mario Conti sulla vita e la missione di San Paolo, programmata per il 21 gennaio alle ore 18,00 nel salone parrocchiale, dove verrà allestita anche la Mostra su san Paolo.

È questa un’occasione offerta a tutta la comunità e a chi desidera conoscere meglio la figura e l’opera del grande Apostolo delle genti.

INVITO ALLA CELEBRAZIONE DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO:santagiusta1

In occasione della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio 2009 la Società San Paolo e la Famiglia Paolina presente nel Territorio di Oristano, celebrerà l’Eucaristia nella Cappella della Casa Paolina di Santa Giusta, alle ore 16,30 presieduta del Vicario Generale dell’Arcidiocesi Arborense, Mons. Umberto Lai.

Siamo lieti di avere la vostra presenza per vivere un’esperienza di comunione attorno alla figura del grande Apostolo delle genti. Seguirà un momento di fraternità.

Anno Paolino

Paolo, Un Uomo in Cammino

Con il Giornalino, settimanale per ragazzi dei Periodici San Paolo, in occasione dell’Anno Paolino lo speciale Conoscere insieme: PAOLO, UN UOMO IN CAMMINO con le illustrazioni di Sergio Toppi.

paolo_cammino2In occasione dell’Anno Paolino indetto da Benedetto XVI per la celebrazione del bimillennario della nascita dell’apostolo Paolo, il Giornalino, settimanale per ragazzi dei Periodici San Paolo, allega al suo numero in uscita giovedì 22 gennaio uno speciale Conoscere insieme, inserto di 16 pagine dedicato alla vita e alle opere dell’Apostolo delle Genti.

Le illustrazioni dell’inserto, intitolato “Paolo un uomo in cammino” sono di Sergio Toppi mentre i testi sono di padre Stefano Gorla, direttore de il Giornalino, e di don Domenico Soliman della Società San Paolo.

Il fascicolo illustra la vita e le opere del grande santo con chiarezza, rigore storico e semplicità di linguaggio sviluppandosi in un racconto che diviene sempre più affascinante: Vita di Paolo: da Tarso a Damasco, Testimone fino a Roma, Gli amici di Paolo, Paolo in viaggio, poi Le lettere di Paolo e Il Vangelo di Paolo.

Sergio Toppi (Milano, 1932) è un riconosciuto “maestro” del fumetto italiano: ha disegnato centinaia di storie per i più importanti editori italiani e stranieri che gli sono valse numerosi riconoscimenti. Per il Giornalino ha realizzato “La Storia di tutti i tempi” (1982), “In quel Giorno” (1990), “Un uomo chiamato Gesù” (1992), “Il segreto dei quattro codici” (1995) sulla vita e l’opera del Beato Giacomo Alberione, “Le avventure di Robison  Crusoe” (1997), “Karol Wojtyla” (1998), “Federico II di Svevia” (2003), “Archimede” (2005), “Don Gnocchi” (2006), “Gengis Khan” (2006). Lo speciale si conclude con una bibliografia “per saperne di più” nella quale sono segnalati libri, musical, film e una canzone ispirata a Paolo scaricabile anche per le suonerie dei telefoni cellulari. Un originale “cammino” proposto dall’inserto speciale de il Giornalino, con cui anche i lettori più piccoli possono conoscere ed amare Paolo di Tarso.  Il Giornalino è distribuito per abbonamento, nelle parrocchie e in edicola al prezzo di euro 1,60. E’ il più longevo settimanale di informazione e fumetti per ragazzi d’Europa: nel 2009 compie 85 anni.

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Paolo in cammino

Italia: Il capolavoro a fumetti Paulus su internet
Preparato da Editrice SAIE (http://www.saiesanpaolo.it/)

paulus

Per l’Anno Paolino è accessibile a tutti, via internet, il fumetto d’arte PAULUS, un capolavoro grafico e pittorico di Gianni De Luca (1927-1991), con la sceneggiatura e i testi di Don Tommaso Mastrandrea, realizzato per Il Giornalino nel 1986.

De Luca, tra i maestri del fumetto italiano, e tra i più grandi cartoonist nel mondo (premio Yellow Kid, l’Oscar dei fumetti, nel 1971), è stato fino dagli anni ‘50, collaboratore del settimanale Il Giornalino, producendo capolavori indimenticabili, tra i quali la serie del Commissario Spada, la trilogia di Shakespeare a fumetti e Paulus. Tra le molteplici attività, Gianni De Luca è stato anche docente, a metà degli anni ‘80, del linguaggio dei fumetti allo SPICS, lo Studio Paolino Internazionale della Comunicazione Sociale a Roma.

Per visionare l’opera completa, 82 tavole, visita il sito internet dell’Editrice SAIE all’indirizzo www.saiesanpaolo.it.

da: Paulus

Buon Natale

BUON NATALE
Vergine, non la natura bensì la grazia ti rese madre: l’amore volle che fossi genitrice…Col tuo concepimento, col tuo parto è cresciuto il pudore, la castità e l’integrità e la verginità sono state corroborate…
Vergine, se tutto è rimasto intatto cosa hai dato? Se vergine, come sei madre? Vergine, colui grazie al quale tutto in te si è accresciuto, non diminuisce nulla in te.
Vergine, il tuo Creatore è da te concepito; da te nasce la fonte del tuo essere; chi portò la luce al mondo da te viene alla luce nel mondo.
(S.Pier Crisologo)

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L’ANNUNCIO

“Come sposa, sa che questo “SI” infinito ha due aspetti: uno di gioia, di godimento, di gloria; ma anche un altro aspetto, una immensità invisibile di pena, di redenzione, di riparazione per tutto. Accettare questo onore è accettarne anche l’onere, la gloria unita al peso e a difficoltà quasi insormontabili. Ella sente di essere scelta da Colui che sta per diventare suo figlio” (Jean Guitton)

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SAN PAOLO OGGI
Tutto il segreto della grandezza di San Paolo è nella vita interiore. Egli, possiamo dire, ha vinto dall’interno: dal suo grande spirito di povertà, dallo studio, dalla scienza profondissima, dall’amore a Gesù Cristo, dallo spirito di mortificazione. Invano noi chiediamo a S. Paolo delle grazie che ci rendano eroi davanti agli uomini. Bisogna che chiediamo in primo luogo le grazie che ci rendano cari a Dio e poi, in secondo luogo, le grazie che ci rendono apostoli in mezzo al mondo.
I figli devono rassomigliare al padre. Tutti gli amici di S. Paolo devono guardare a lui e conoscere il suo spirito. Quanto più si leggono e si penetrano le Epistole di S. Paolo e la sua vita, tanto più si ama e si entra nella vera via della santità e nel vero spirito dell’apostolato. (Beato Alberione)

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Nuova Bibbia CEI – UELCI

bibbiacei2Obiettivo della NUOVA TRADUZIONE della Bibbia, curata dalla Conferenza Episcopale Italiana, è stato quello di offrire un testo «più sicuro nei confronti degli originali; più coerente nelle dinamiche interne; più comunicativo nei confronti della cultura contemporanea e più adatto alla proclamazione nel contesto liturgico». Così mons. Giuseppe Betori, allora segretario generale della CEI, ha delineato le finalità seguite dagli specialisti nell’opera di traduzione, evidenziando che la nuova traduzione ha cercato di “mantenere per quanto possibile” una “terminologia religiosa specifica”, per cui si è deciso di mantenere termini come “Verbo”, “Paraclito” “Parasceve”…Altro criterio è stato quello di presentare un testo «che si lasci ascoltare e che già dall’ascolto manifesti il messaggio che racchiude… Ciò comporta una costruzione semplice della frase e del periodo, il ricorso a un vocabolario essenziale, senza tuttavia perdere in distinzioni e ricchezza». La nuova traduzione poi corregge «inesattezze, incoerenze ed errori della traduzione del 1971-74», per cui ha cercato di «recuperare un’aderenza verso una traduzione più letterale al tono e allo stile delle lingue originali»; si è preoccupata di rendere il testo in buona lingua italiana curando anche il ritmo della frase.

Il volume si presenta come testo ufficiale in tutti i contesti: liturgico e pastorale.
Sostituisce in tutto e per tutto la traduzione precedente.
“Bisogna costantemente ritradurre il pensiero
biblico in un linguaggio contemporaneo, perchè
sia espresso in maniera adatta agli uditori”
Giovanni Paolo II

“Cari giovani, vi esorto ad acquistare
dimestichezza con la Bibbia, a tenerla a portata di
mano, perché sia per voi come una bussola che
indica la strada da seguire”
Benedetto XVI

Gandhi

Innumerevoli sono i nomi con cui possiamo chiama­re Dio, ma se dovessi sceglierne uno, preferirei chia­marlo Verità, perché la Verità è Dio.

Non basta tollerare le altre religioni: dobbiamo ri­spettarle, come rispettiamo la nostra.

Ogni conoscenza che ci allontana dalla verità è falsa conoscenza, e dobbiamo guardarcene con cura.

La vera felicità non viene dal di fuori, ma dall’inti­mo di noi stessi.

L’uomo non è Dio. Benché sia un raggio della luce divina, non farlo Dio!

Ascolta i discorsi dei sapienti, studia le Scritture, istruisciti. Tutto questo è bene. Ma finché non avrai posto Dio al centro del tuo cuore, non avrai acquistato nulla.

Che strana cosa! Noi corriamo dietro ai medici che sono mortali come noi e dimentichiamo Dio, l’immor­tale, l’eterno, l’infallibile medico!

L’azione libera dagli attaccamenti è sorgente di forza perché, in realtà, è adorazione di Dio.

Le parole che escono da un cuore puro non cadono mai invano .

Chi agisce per un fine buono, non fallisce mai. E chi di­ce una parola vera non ferisce mai in modo definitivo.

Nessun uomo è inutile se allevia il peso di qualcun altro.

La nostra forza morale cresce naturalmente con la lettura di libri religiosi; ma non è possibile ottenere la vera libertà, senza una illuminazione interiore.

La vera grandezza dell’uomo è nel cuore, non nell’intelletto.

La religione è il sostegno di tutto: essa pervade la vi­ta in ogni suo aspetto e in ogni tempo.

L’osservanza del silenzio è segno autentico di osservanza del voto di verità. Ciò nonostante, ci si accorge che molti di coloro che dicono di cercare la verità chiacchierano troppo. Bisogna che cerchino di vincere questa brutta abitudine.

La capacità che ha l’uomo di ingannare se stesso è ben superiore alla sua capacità di ingannare gli altri. Qualunque persona sensibile conosce bene questa realtà.

Scopro ogni giorno più l’importanza del silenzio. I1 silenzio è necessario a tutti, ma è veramente d’oro per chi deve lavorare.

L’accrescere, senza necessità, i propri bisogni è un autentico peccato.

L’obbedienza di un figlio ai genitori è certamente una forma di preghiera. Se è così, come dobbiamo obbedire a colui che è il Padre eterno di noi tutti!

Non dobbia­mo intendere la preghiera in senso troppo stretto.

Quante cose si possono fare con il silenzio! Ne fac­cio ogni giorno più l’esperienza.

Il silenzio dilata lo spazio di tempo della nostra vita.

Chi è come la polvere dei piedi di tutti, è vicino a Dio.

La tenebra dell’egoismo è più impenetrabile di qual­siasi altra tenebra.

Solamente la luce di una profonda umiltà è capace di dissipare le tenebre dell’egoismo.

La paura svanisce solamente con l’annientamento dell’io.

Chi si ricorda di Dio può permettersi di dimenticare lutto il resto.

Chi dimentica Dio dimentica se stesso.

 

Il voler distinguere il piccolo e il grande, nel male, è un errore.

Chi nega l’esistenza di Dio nega la propria esi­stenza.

La religione è vera solo quando diventa parte inte­grante della vita. La religione non è un ornamento.

Non è possibile adorare Dio e disprezzare i propri fratelli: le due cose sono inseparabili.

Non c’è posto per la disperazione in coloro che han­no la fede.

Un corpo malato si può sopportare; un’anima mala­ta, no.

Quando sei in dubbio se sia meglio parlare o tacere, scegli il silenzio.

La religione non consiste nel mangiare una cosa o nell’astenersi da un’altra, ma nell’essere coscienti della presenza di Dio in noi.

Chi non conosce l’arte di vivere non conosce neppure quella di morire.

Trova gioia nella vita chi si libera dalle preoccupa­zioni della vita.

Chi è pieno di Dio non può più essere riempito né da persone né da cose.

 

La violenza è l’arma dei deboli; la non violenza quel­la dei forti.

La preghiera non ha bisogno della lingua ma del cuore. Senza il cuore, le parole non hanno alcun va­lore.

Né lo straniero, né alcun altro è il nostro vero nemi­co. Noi stessi siamo i nostri nemici, o meglio, lo sono i nostri desideri.

Chi non vuol diventare schiavo degli altri deve diven­tare schiavo di Dio.

La debolezza fisica non è vera debolezza; lo è quella spirituale.

Solamente chi è forte è capace di perdonare. Il de­bole non sa né perdonare né punire.

L’uomo impoverisce le cose molto più con le parole che con il silenzio.

Il silenzio ispirato dalla paura non è silenzio.

Non faremo nulla di giusto finché non saremo illu­minati dalla luce interiore.

Solamente chi non perde mai la speranza può esse­ra una vera guida.

Quanto più ci penso, tanto più mi convinco che l’in­vocazione cordiale e convinta del nome di Dio è il ri­medio efficace per tutti i nostri mali.

 

 

 

Un buon pensiero è come un profumo.

Quando l’io muore, l’anima si desta.

Quando un uomo si svuota, Dio lo riempie.

Se Dio c’è, di che preoccuparci? Egli è provvidente e infallibile.

È inutile invocare Dio, se non si agisce in modo de­gno di Dio.

La   lampada     del  cuore,    se    accesa,   illumina      il mondo.

Quando tutti ti abbandonano, Dio resta con te.

Il chiasso non può allontanare il chiasso: solo il si­lenzio può farlo.

Separato dalla sorgente, il fiume si asciuga. Lo stes­so capita a noi se ci separiamo dalla sorgente di origi­ne: Dio.

Se vuoi stare davanti a Dio, butta via la tua vanità, prima di metterti alla sua presenza.

Noi lodiamo Dio quando tutto ci va bene; ma un vero devoto lo loda anche quando le cose vanno ma­le.

Se puliamo bene la lavagna, vedremo Dio che vi scrive a chiare lettere.

 

C’è grande differenza tra una fede viva e il semplice desiderio della fede. L’uomo si inganna perché non co­nosce tale differenza.

L’unico modo per conoscere la volontà di Dio è la pre­ghiera fervente e perseverante, e un’azione che vi corrisponda.

La fede è il sole della vita.

 

Mohandas K. Gandhi

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