Preghiera

«Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel se­greto, ti ricompenserà. Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose ave­te bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Matteo 6,6-8).

«È veramente stolto chi legge la Parola di Dio senza cercare di capirne il significato, senza poi meditarla e senza metterla in prati­ca nella vita quotidiana. Così facendo, la Parola di Dio scorre in lui come l’acqua di una grondaia, senza penetrare in lui né lasciare trac­cia» (Teofane il Recluso).

È fondamentale, prima di leggere, imparare a leg­gere, in modo da assimilare, profondamente, quanto viene insegnato. Per scrivere il libro mi sono affidato al seguente format: argomento in questione, brano del Vangelo legato al tema, citazione come arricchimento, e analisi del brano del Vangelo considerato.
Propongo a tutti una tradizione dei monaci: la lectio divina (letteralmente “lettura divina”). Il cardinale Carlo Maria Martini l’ha definita: «Imparare a leggere la Scrittura in spirito di preghiera». È una lettura com­piuta in due: Dio mi parla, e io gli parlo. Oggi si direb­be: lettura interattiva.
Ora, se è vero che la preghiera rappresenta l’incon­tro con il Signore, è assurdo il modo di pregare di mol­ti di noi. Abbiamo preso una serie di abitudini tremende: la preghiera superficiale, e cioè effettuata pronun­ciando le parole meccanicamente, e disturbandole con frequenti distrazioni. Tutto sbagliato.
È Gesù stesso a presagire, con Duemila anni di an­ticipo, questa triste consuetudine, e a illustrare poche regole essenziali. Esortandoci a «chiudere la porta», chiede di isolarci dal resto del mondo, e, invitandoci a «non sprecare parole», spiega quanto la preghiera sia fatta di silenzio e di ascolto.
La nostra esistenza, se ci pensate, è quasi tutta vis­suta «fuori di noi stessi»: dall’esterno arrivano miliar­di di impulsi, che colpiscono i nostri sensi, dalle im­pressioni alle emozioni. Eppure sono unicamente una sorta di “periferia”, perché il “centro”, al contrario, è l’anima, lo spirito, il “cuore”.
Ebbene: mi piacerebbe che voi lettori leggeste anche solo un capitolo alla volta, ma lo faceste in un momen­to di assoluta tranquillità. E mi piacerebbe che applica­ste la visualizzazione del subacqueo, che, armato di re­spiratore, bombole e pinne, scende nell’abisso di voi stessi, proprio fino al cuore.
È lì che la lettura si può convertire in preghiera, co­me avviene nella lectio divina. Ma, per proporvi una guida pratica, vi offro l’esempio incantevole di un mo­naco certosino del XII secolo: Guigo II. Ha inventato un metodo basato sulla “scala dei monaci”, che con­sente di elevarci dalla terra al cielo.
Il primo dei quattro gradini si chiama lectio: legge­re, rileggere, “macinare” la Parola di Gesù, che animerà i miei capitoli, in modo intelligente. Essa è consolatio, nel senso che produce gioia e serenità. Immaginate di «preparare la legna per il fuoco», o, se foste a tavola, di «portare il cibo alla bocca».
Il secondo si chiama meditatio: meditare, cioè at­tualizzare la Parola, e applicarla a noi stessi. Essa è di­scretio, nel senso che origina la luce del discernimen­to, e ogni problema 
viene visto nell’ottica non dell’uo­mo, ma di Dio. Immaginate di «accendere il fuoco», o «masticare il cibo della Parola».
Il terzo si chiama oratio: trasformare la Parola in preghiera, in modo da incontrare Dio, perché la Parola è come una sorta di seconda comunione. Essa è delibe­ratio, nel senso che determina la volontà di tramutarla in azione. Immaginate di «alimentare la fiamma» o «gu­stare il sapore del cibo».
Il quarto si chiama contemplatio: è il momento in cui la Parola diventa adorazione, al culmine della «pre­ghiera del cuore», con la quale amiamo Dio, e ci la­sciamo amare da Dio. Essa è actio, nel senso che si tra­duce in azione. Immaginate di «incendiare il cuore» o di «assimilare il cibo della Parola».
Sapere «portare alla bocca», “masticare”, “gusta­re”, e «assimilare il cibo della Parola» è la scommessa da vincere del credente di oggi. Ci siamo fatti travol­gere troppo dai ritmi della vita, e dobbiamo riscoprire cosa significa leggere il Vangelo, lentamente e profon­damente. Se no, non è neppure il caso di cominciare.

 (Carlo Nesti – Il mio psicologo si chiama Gesù)

Vedi anche Lectio di P.Ermes Ronchi

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