Eucaristia, pane del cammino,
fonte e culmine della vita consacrata
(Congresso Eucaristico Nazionale, Ancona, Giovedì 8 Settembre 2011)
Di + Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto
“Da oltre mezzo secolo, ogni giorno, da quel 2 novembre 1946 in cui celebrai la mia prima Messa nella cripta di San Leonardo nella cattedrale del Wawel a Cracovia, i miei occhi si sono raccolti sull’ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo „contratti‟ e il dramma del Golgota si è ripresentato al vivo, svelando la sua misteriosa „contemporaneità‟. Ogni giorno la mia fede ha potuto riconoscere nel pane e nel vino consacrati il divino Viandante che un giorno si mise a fianco dei due discepoli di Emmaus per aprire loro gli occhi alla luce e il cuore alla speranza” (Ecclesia de Eucharistia, n. 59). Queste parole, nutrite da una fede innamorata, sono la testimonianza personalissima che il beato Giovanni Paolo II volle consegnare a uno dei Suoi ultimi testi (l‟Enciclica è del 2003): esse ci indicano come e dove egli abbia imparato a usare i suoi occhi per vedere l‟invisibile, a far battere il suo cuore all‟unisono con quello dell‟amore divino, a fare della sua bocca veicolo di verità, a usare le sue mani per compiere opere di pace e a muovere i suoi piedi per portare dovunque la buona notizia, fino agli estremi confini della terra. In queste poche parole, la celebrazione eucaristica è insomma presentata come la fonte e il culmine dell‟intera esistenza di un uomo totalmente consacrato a Dio, capace di fare della sua stessa vita la liturgia di una continua consacrazione del mondo all‟Eterno e alla Sua bellezza.
Che nell‟eucaristia sia in gioco la bellezza di Dio e della vita a Lui donata ci aiuta a comprenderlo San Tommaso d‟Aquino, che nella Summa Theologica (I q. 39 a. 8 c) presenta in maniera speculativa il significato propriamente teologico della bellezza. Parlando del Figlio eterno Tommaso coglie nel bello l‟offrirsi del Tutto nel frammento. La bellezza – afferma – si fa presente lì dove la “perfectio” o “integritas” si affaccia nella parte: ciò avviene o mediante la proporzione della forma, capace di riprodurre nel piccolo l’armonia dell‟intero (perciò “formosus” è il bello!), o attraverso lo splendore, per via di uno sfolgorio, in cui s‟incontrano rapimento e irruzione. Nel primo caso, il Tutto dimora nel frammento in quanto questo si pone come corrispondenza del finito all’infinito grazie alla riproduzione analogica dei rapporti armonici fra le parti; nel secondo, il Tutto vi si affaccia come movimento che sorge dall’intimo e schiude una finestra verso l’illimitato, sì che il minimo appaia come “kenosi” e “abbreviazione” dell’eternità nel tempo, dell’infinito nel finito. Qui l’anima greca – per la quale il bello è “forma”, riproduzione mondana dei “numeri del cielo” – s‟incontra con la novità cristiana – che contempla il bello nel più bello dei figli degli uomini, davanti a cui però ci si copre la faccia (si comprende, così, in chiave cristologica come “bello” derivi dal medioevale “bonicellum”, e stia a dire il “bonum parvum, abbreviatum”, l‟infinito bene contratto nel finito, com‟è appunto avvenuto nell‟incarnazione del Verbo). Qui il cristianesimo assume e tradisce Atene, perché – mentre aspira anch’esso a contemplare il Tutto nel frammento – confessa che l’evento della bellezza si è compiuto una volta per sempre nel giardino fuori di Gerusalemme.