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La Sindone

SINDONE: DAL 1° DICEMBRE PRENOTAZIONI ON LINE PER L’OSTENSIONE

Si prenota on line la visita alla Sindone. Dal prossimo 1° dicembre, collegandosi al sito www.sindone.org, sarà possibile scegliere il giorno e l’ora e prenotare così la visita gratuita. “Consiglio a tutti coloro che possono – suggerisce don Giuseppe Ghiberti, presidente del comitato diocesano per l’ostensione – di venire nei giorni feriali. Meno affollati, si potrà sostare qualche momento in più davanti al Telo”. Infatti, riferisce il sacerdote, le prenotazione dei gruppi (già aperte da un mese) sono numerose e riguardano soprattutto il sabato e la domenica. Le richieste provengono da tutto il mondo, ed è proprio la grande attenzione dei credenti che vivono nei Paesi dell’Europa orientale (tanti quelli che arriveranno dalla Russia) alla base della scelta di tradurre il sito, oltre che in inglese, francese, spagnolo e tedesco, anche in russo. Gli organizzatori ipotizzano che nel periodo dell’ostensione (10 aprile–23 maggio) passeranno davanti alla Sindone 1,5-2 milioni di pellegrini, che verranno accolti da quasi quattromila volontari. E, tra i pellegrini, il 2 maggio vi sarà pure Benedetto XVI.

Fonte: www.agensir.it

I martedì di Karol

Giovanni Paolo II

Nella fitta agenda di Giovanni Paolo II il martedì era il giorno dedicato al riposo, agli incontri privati, allo sport, alla lettura. Un libro intervista in cui Mieczyslaw Mokrzycki, segretario personale di Karol Wojtyla, conosciuto in Vaticano come Don Mietek, racconta dal suo punto di vista privilegiato la vita ordinaria di questo grande Papa. La preghiera e la messa del mattino, la colazione, gli incontri con le più importanti personalità mondiali, gli sport, le cene e le lunghe passeggiate nel parco di Castel Gandolfo, i viaggi apostolici, i libri e le poesie che amava, fino al racconto toccante dei suoi ultimi giorni. Il libro non elude una questione fondamentale: come essere santi? Il racconto della vita quotidiana di Giovanni Paolo II ci mostra la via.

L ‘appartamento pontíficío. «Quel luogo era pieno di silenzio e di pace», ricorda Mokrzvcki. Temeva di essere schiaccia­to dalla sua santità e invece fu conquistato dalla sua semplicità. La forma era severa, addi­rittura ascetica, e la sostanza era piena di calo­re, familiare. Questa fu la sua impressione. Poi dovette constatare che era proprio così. (segue intervista).

La vita quotidiana. Gli piaceva guardare il sorgere del sole. Anche per questo si alzava presto, alle 5.15. al massimo alle 5,30. Quando era più anziano un po’ più tardi, ma al massi­mo alle 6. «Poi la toilette mattutina e so che ancora prima della santa messa, il Santo Padre recitava sempre il rosario. Lo recitava prostra­to a terra. con le braccia aperte a forma di croce. Poi c’erano le sue preghiere private. Successivamente, ancora prima della messa raggiungeva la cappella e lì si preparava al sa­crificio eucaristico. Questo per lui era molto importante,,. (segue intervista).

La preghiera segnava il ritmo della sua giornata. Prima della messa mattutina in ca­mera, recitava il rosario, prostrato con le brac­cia aperte a croce. Poi le preghiere private, le meditazioni nella cappella e la messa. Prima delle udienze, l’adorazione. Mentre andava a pranzo, un breve saluto al Signore Gesù. «Pas­sava in cappella prima e dopo ogni pasto. Reci­tava tutte le litanie dei santi. Gli piacevano molto». Ogni giovedì preghiera allo Spirito Santo. Ogni venerdì celebrava la Via crucis sulla terrazza. Quando voleva stare un po’ da solo, quando aveva un problema che voleva condividere con Dio, indossava la mantella e usciva sulla terrazza. «Ricordo bene quella scena. Indossa la mantella e va deciso versa la terrazza. Lì aveva la tranquillità, un po’ di verde, il panorama di piazza San Pietro. Era con la natura, che amava. Sempre più vicino a Dio…». (segue intervista)

I sacramenti. Ordinò quasi tremila sacer­doti e oltre trecento vescovi. Lui stesso battez­zava,cresimava, benediceva matrimoni e con­fessava. I sacramenti erano un elemento im­portante del suo pontificato, della sua quotidianità. «Il Santo Padre ci teneva a con­servare quel fedele servizio pastorale. In quan­to papa era vescovo di Roma, era sacerdote. E voleva esserlo pienamente. Fu lui che cominciò a consacrare i vescovi nella solennità dell’Epifania del Signore, il 6 gennaio di ogni anno, a battezzare i bambini nella domenica del Batte­simo di Gesù e gli adulti il sabato santo. Fu lui a introdurre la tradizione delle consacrazioni sacerdotali, per i diaconi della diocesi di Roma, nella domenica dei Buon Pastore. Quando tutta la Chiesa clebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sacerdotali». (segue intervista ).

Le udienze. Non c’erano persone che non volesse incontrare. L’arcivescovo non ricorda che abbia mai rifiutato un colloquio a qualcu­no. Le fotografie dell’incontro con Ali Agca fe­cero il giro di tutto il mondo. E Furono, per il mondo, una testimonianza viva della forza del­l’amore e del perdono. Anche per l’arcivescovo Mkrzycki. Diversi anni più tardi Giovanni Paolo II gli raccontò, negli appartamenti pon­tifici, che quel giorno era venuta a sapere ben poco da Ali Agca, che alle sue domande l’at­tentatore rispondeva con altre domande sul terzo segreto di Fatima. «Agca disse al Santo Padre che quel proiettile era mortale. Non riu­sciva a capire perché il Santo Padre fosse so­pravvissuto. In lui non c’era né pentimento né dispiacere; le parole “Chiedo scusa” non ven­nero pronunciate. Continua a chiedere solo che cosa fosse il terzo segreto di Fatima». (segue intervista).

La barzelletta

I pellegrinaggi.

Qualcuno inventò la barzelletta: «Qual è la differenza tra il papa e lo Spirito Santo? Lo Spirito Santo è dappertutto, mentre il papa c’è già stato». Qualcuno poi la ripeté a un altro e così cominciò a circolare, non solo in Vaticano. Probabilmente anche Giovanni Paolo II ne rise. L’arcivescovo com­menta brevemente:   «Il Santo Padre aveva una sua visione del pontificato. Sottolineava sem­pre che era importante raggiungere ogni perso­na. Era importante che il papa fosse in quei luoghi. dai quali le persone non sempre pote­vano venire da lui. Lo so che era con tutti loro ogni giorno nellapreghiera, ma voleva esserci anche con il corpo. Voleva che vedessero e sen­tissero il suo sostegno e che, cosa non meno importante, il mondo vedesse e sentisse che il papa li sosteneva. Fu così per i viaggi nel con­tinente nero, in Libano. a Cuba c con la visita a Sarajevo. Con la sua presenza diceva: “Non abbiate paura. Sono con voi. Cristo è con voi”. Questo era molto importante per quelle perso­ne. Spesso ricordava il suo primo pellegrinag­gio in Messico. Ricordava che allora aveva pensato e detto che, se quel pellegrinaggio fosse andato bene, più tardi i comunisti in Polonia non avrebbero più potuto proibirgli nulla. Era uno stratega e un diplomatico eccellente. Sapeva bene quello che faceva. Il pellegrinaggio andò bene ».

Brygida Grysiak

Gli Autori

Miecryslaw Mokrrycki è nato a Majdan Lukawiec­ki (Polonia) nel 1961. Dopo gli studi in Teologia al­l’Università Cattolica di Lublino, è stato ordinato sa­cerdote il 17 settembre 1987 Nel 1996, dopo aver ottenuto un dottorato alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma, ha lavorato presso la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. In quello stesso anno divenne segreta­rio personale di papa Giovanni Paolo II; dopo la morte del pontefice polacco nel 2005, ha prose­guito nell’incarico come segretario di Benedetto XVI. Il 16 giugno 2007 è stato nominato vescovo coadiutore nell’arcidiocesi di Leopoli (L’viv, in Ucraina); il 29 settembre dello stesso anno è stato con­sacrato vescovo e il 21 ottobre 2008 è succeduto a Marian Jaworski come arcivescovo di Leopoli.

Brygida Grysiak è nata nel 1979 a Cracovia, e si è laureata in Comunicazione presso l’Università Jagel­lonica. Dal 2005 lavora come giornalista televisiva presso l’emittente polacca TVN24.

Libro

Altro titolo: Un Papa che non muore

Si avvicina la grande festa del S. Natale e, come è ormai consuetudine, desidero rivolgermi a voi per raccontarvi una storia semplice, antica e, allo stesso tempo, quotidiana : la storia affascinante di un Bambino. Questo Bambino è Gesù, il Figlio di Dio, il Dio con noi. E’ una storia d’amore. In essa tutto trova un senso! La vita e la gioia, le difficoltà e i sacrifici ed anche la morte. E’ una storia che la Chiesa, comunità dei discepoli di Gesù, continua a narrare e far rivivere nell’Eucaristia, nei Sacramenti, nell’anno liturgico. E’ una storia che può essere rivissuta in ogni famiglia, che con il dono dello Spirito Santo, vive nell’Amore. Un papà e una mamma con l’aiuto del fratellino maggiore raccontano al piccolo di casa un evento senza tempo, che accadde nel tempo. Dio Padre ha inviato suo Figlio Gesù nella nostra umanità come un bambino, per indicarci che sono i piccoli, i bambini, i primi nella mente e nel cuore di Dio. Egli è venuto come dono gratuito, grazie al sì di Maria, affinché anche noi potessimo vivere la vita di Dio, mettendo a disposizione dei fratelli i nostri doni, le nostre capacità, tutto ciò che abbiamo ricevuto. Si è grandi ed importanti solo se si sa mettere a disposizione dei fratelli, specie dei più deboli, i nostri talenti. Vi invio questa lettera e questo racconto come il mio regalo per il S. Natale. Leggetela con la vostra famiglia e ricordate che vi sono vicino e prego per ciascuno di voi.

Buon Natale Card. Angelo Bagnasco

Doc: PDF

LA VOCAZIONE SECOLARE

ariccia1958-2008: Tutto è veramente cominciato cinquant’anni fa, quando, nell’estate del 1958, mia sorella Renata ed io abbiamo fatto il primo viaggio a Lourdes. Il direttore spirituale mi aveva già parlato di una consacrazione e mi aveva caldamente raccomandato di chiedere alla Madonna di indicarmi quale via dovevo seguire. Al ritorno le mie idee cominciarono a chiarirsi , fu decisivo l’incontro con Suor Felicina Luci, responsabile, insieme con Don Amorth, dell’Istituto nascente. Così il 25 gennaio 1959, festa della conversione di S. Paolo, inviai a Don Alberione la domanda per entrare nell’Istituto Maria Santissima Annunziata. La risposta mi arrivò a giro di posta, il giorno della festa di S. Geminiano, patrono della mia città. Il Primo Maestro mi accoglieva come postulante, dandomi come giorno di entrata l’11 Febbraio, festa della Madonna di Lourdes.

Nell’agosto del 1959, agli Esercizi spirituali di Ariccia, ebbi la gioia di conoscere personalmente don Alberione. Egli mi disse: “Lei viveva già una vita consacrata” e mi fece entrare subito in noviziato. Così, passo passo, arrivai al 1966, alla professione perpetua e imparai sempre meglio il valore della consacrazione al Signore nella secolarità, caratteristica specifica del nostro Istituto.

“In ogni città ci sia un’Annunziatina che, a sua volta, semini e faccia germogliare la vocazione secolare”, diceva don Alberione, che “aveva fondato i nostri Istituti Secolari, con lo scopo di far entrare la piena consacrazione a Dio in tutte le professioni e in tutti gli ambienti e dare una risposta al bisogno di soprannaturale, contro l’invadente ateismo di massa”, come scrive con piena coscienza Don Amorth. “è bene che mi faccia conoscere dai Paolini che sono nella mia città?” chiesi al Primo Maestro. Egli mi rispose: “Non fa di bisogno”. Questa risposta mette in risalto la “discrezione” necessaria per poter entrare realmente nel mondo con naturalezza e semplicità. Il nostro “lavoro” nel mondo, cioè la nostra professione, è il primo personale apostolato. Esso deve portare nel mondo la forza della consacrazione a Dio insieme all’esempio della serenità e del valore del lavoro fatto con amore, semplicità e competenza.

I cristiani e la chiesa non sono staccati dalla società civile, essi ovviamente, ne fanno parte e devono dare ad essa il loro contributo. Quanti cristiani dovrebbero pentirsi di non avere partecipato alle votazioni civili o di avere votato senza approfondire il vero valore del “bene comune”!

Certamente la nostra consacrazione ci porta anche ad essere attente a quanto possiamo fare di bene con tutta la nostra vita. Mi sono trovata a lavorare con altre, di cui ho conosciuto l’appartenenza a Istituti Secolari, solo quando il nostro Vescovo ha desiderato conoscere le rappresentanti degli Istituti Secolari e di vita secolare consacrata presenti in Diocesi. Abbiamo così lavorato insieme, specialmente collegandoci con i Centri pastorali diocesani con il Centro Pastorale Giovanile.

Ho avuto varie occasioni di impegno, specialmente collaborando con il Seminario e con i gruppi vocazionali in genere. Con un gruppo di suore del Centro Vocazioni, sono andata nelle parrocchie della Diocesi a parlare della vocazione e delle sue varie forme. Durante le Messe il Sacerdote celebrante ci faceva spazio, lasciandoci parlare al suo posto nell’omelia. Presentavamo così le diverse vocazioni religiose, e anche la vocazione secolare.

Amalia V. Imsa

Timoteo Giaccardo

 

Nino e Silvio Gregori, ritratto del Beato Giaccardo,

Nino e Silvio Gregori, ritratto del Beato Giaccardo,

 La formazione all’umiltà era uno dei temi su cui Don Giaccardo si fermava di più nel dettare le meditazioni. Diceva: “Per me il Vangelo è il libro dell’umiltà”. Ne deduceva la necessità quindi, di “farsi piccoli, sentirsi piccoli, restare piccoli”. Esortava; “All’umiltà non dite mai di no perché più entrate nell’umiltà, più assomiglierete a Gesù Cristo… Umiliamoci anche quando dovessimo inchiodare con Gesù la nostra volontà alla croce”. Perché “l’amore alle comodità non fa mai i santi”, mentre “chi uccide l’io, trova Dio”. Stimolava i suoi uditori a praticare qualsiasi virtù in maniera pronta, facile e dilettevole. Sottolineava sempre e specialmente l’ultimo avverbio perché era convinto che “un uomo scontento è un uomo a metà”.

È il primo sacerdote religioso della Società San Paolo fondata ad Alba (Cuneo) il 20-8-1914 dal servo di Dio Don Giacomo Alberione (1884-1971) per l’evangelizzazione dei popoli mediante l’apostolato con gli strumenti della comunicazione sociale. Il Giaccardo nacque il 13-6-1896 a San Giovanni Sarmassa, borgata di Narzole d’Alba (Cuneo), primogenito dei cinque figli che Stefano, modesto mezzadro, ebbe da Maria Cagna, donna di casa molto attiva e molto devota della Madonna del Rosario. Al fonte battesimale gli furono imposti i nomi di Giuseppe, Domenico e Vincenzo.
L’infanzia di Giuseppe (Pinot) si svolse sotto lo sguardo dei pii ed onesti genitori, lavoratori prima nella fattoria “Battaglione” in cui era nato, e poco dopo in una casa di Narzole, poco lontano dalla chiesa parrocchiale, dedicata a San Bernardo, in cui il padre, per un dissesto finanziario, era stato costretto a trasferirsi adattandosi a fare da mediatore, da norcino e anche un po’ da sacrestano. A quattro anni il Beato imparò tutte le preghiere del buon cristiano frequentando l’asilo, diretto dalle Suore di S. Anna, e a sette anni cominciò ad apprendere i primi rudimenti del sapere frequentando le scuole comunali, dirette da ottimi maestri. Non sappiamo in che anno abbia fatto la prima comunione. Produsse in lui senza dubbio salutari frutti se l’anziano padre, nel processo, poté affermare: “Non ho mai sorpreso mio figlio a dire bugie… In famiglia non ho mai dovuto riprenderlo e castigarlo per mancanze commesse”. A dodici anni fu cresimato in San Bernardo dal vescovo d’Alba, Mons. G. Francesci Re (1848-1933); Don Alberione, il quale era stato mandato in quella parrocchia nella primavera di quell’anno perché assistesse il parroco, ormai al termine della vita, ne aveva ricevuto la prima confessione generale.
Quando lo vide giungere in parrocchia al mattino presto con Francesco Grosso, in seguito missionario della Consolata, per servigli la Messa, Don Alberione ne fu subito ottimamente impressionato per la docilità, lo spirito di preghiera e la quotidiana frequenza ai sacramenti. Poiché manifestava il desiderio di farsi sacerdote, nell’ottobre del 1908 se lo portò con sé in seminario essendo stato nominato direttore spirituale degli alunni. Di lui attestò Pasquale Gianoglio, seminarista, in seguito vicario generale della diocesi: “Era un ragazzo mingherlino, fisicamente insignificante, aveva due occhi neri vivissimi che rispecchiavano un’anima serena, tranquilla; sempre sorridente, composto, raccolto, specialmente in cappella nella preghiera, senza singolarità alcuna; e tale contegno conservò durante tutta la vita.. .Nonostante primeggiasse negli studi non ostentava mai questa superiorità anzi cercava di passare inosservato”, ben sapendo quanto fosse invidiato dai compagni.
Secondo Don Alberione “non mancò in lui qualche difficoltà che potrei chiamare “crisi dei giovani”, ma egli superò tutto con fortezza di animo tanto da poter asserire di non avere offeso mai volontariamente il Signore”. Due anni dopo l’ingresso in seminario, emise il voto annuale di castità. La forza di osservarlo sempre gli derivò da una tenera e filiale devozione a Maria SS. di cui si considerava schiavo, secondo lo spirito di S. Luigi M. Grignion de Montfort (+1716). Secondo Francesco Grosso suo compagno di scuola, “sul banco di studio teneva l’immagine della Consolata e la baciava sovente dicendo qualche giaculatoria… Di frequente mi diceva: Franceschino facciamoci santi perché questo è il nostro mestiere… Sovente si rammaricava con me di non poter cantare la Messa a motivo della sua voce stonata”. Per tutta la vita gli rimase purtroppo anche immatura, poco simile a quella di un adulto. Nei cinque anni di ginnasio fu continuo l’impegno del Beato per adempiere con fedeltà e amore tutti i suoi doveri.
Il Diario o esame di coscienza che cominciò a fare per iscritto dopo la vestizione dell’abito clericale (8-12-1912), e che protrasse fino alla morte, ce lo descrive difatti impegnato e proteso in uno sforzo che non subisce rallentamenti o flessioni, verso la santità, mediante un lavoro interiore incessante di purificazione della propria coscienza, la fuga del peccato anche veniale, l’esercizio dell’umiltà, il compimento del dovere quotidiano, nell’aspirazione a un ideale che egli riassume in una formula sempre ricorrente sotto la penna: assimilare lo spirito di Gesù per vivere soltanto di Lui, in Lui, con Lui, per Lui.

Il 22-1-1915 il Giaccardo fu chiamato alle armi e assegnato alla 2a Compagnia di Sanità di Alessandria, ma il 7-1-1916 fu riformato perché affetto di oligoemia (anemia). Ritornò in seminario a fare da assistente agli studenti, ma ne fu presto dispensato perché nell’esigere la disciplina era pedante e minuzioso. Il Beato in preda a umiliazioni non accettate, a invidie e a principi di scoraggiamento levò ardente il grido: “Gesù, tu mi sostieni, ed io confido in Te. Voglio farmi santo. Trasformami in Te” (nov. 1916).
Nella solennità dell’Immacolata emise il voto perpetuo di castità, riconoscente alla Vergine perché lo aveva aiutato a superare le dure lotte che, da più di un anno, aveva dovuto sostenere riguardo alla castità.
Di mano in mano che il Giaccardo cresceva nella scienza e nella virtù, i legami con Don Alberione e la sua opera divennero sempre più stretti. Anche il can. Francesco Chiesa (1874-1946), suo professore di filosofia, lo confermò in quella amicizia. Chiese il permesso al vescovo di unirglisi “con umiltà, fermezza e semplicità”, ma questi per metterlo alla prova gli notificò che, se intendeva restare chierico doveva rimanere in seminario.
Il Giaccardo non venne meno alla sua decisione benché in seminario non mancasse chi gli dicesse che Don Alberione lo avrebbe trattenuto con la sua dozzina di ragazzi che costituivano la Scuola Tipografica “Piccolo Operaio” tanto che gli fosse stato utile, e poi lo avrebbe abbandonato; o chi insinuasse che lui desiderava raggiungere Don Alberione per sdebitarsi di tutti gli aiuti che fin dalla fanciullezza aveva da lui ricevuti. Nel Diario annotò pure: “Mi si dice oltre il resto, che sono ipnotizzato da lui e che manco delle capacità proprie del giornalista”. In realtà nel corso degli studi, se il Beato era sempre riuscito bene nelle scienze esatte, nella elaborazione dei temi aveva lasciato alquanto a desiderare. Don Alberione gli infuse coraggio dicendogli: “Sta certissimo della tua vocazione. Per crederti ingannato, dovresti strappare il Vangelo”.
Il Beato il 4-7-1917 entrò nell’Opera di Don Alberione con il beneplacito del Vescovo. Essendo chierico di quarta teologia ebbe il compito di assistere i giovanetti della Scuola tipografica, fare loro scuola, correggere le bozze dei bollettini parrocchiali e dei libri che si stampavano in tipografia, e continuare a studiare in preparazione al sacerdozio. Il fondatore lo aveva presentato alla sua comunità come “Maestro”, ed egli nel suo zelo di neofita, a poco a poco cominciò a oltrepassare i confini che gli erano stati assegnati introducendo nella vita di comunità un formalismo amante di rigidi schemi con disorientamento degli aspiranti più grandicelli tanto che, qualcuno di loro, propose che il “signor Maestro” fosse rimandato in seminario. Don Alberione, che aveva bisogno del suo aiuto si limitò a dirgli: “Tu sei ancora imbevuto dello spirito di disciplina del seminario e non dello spirito dell’Istituto. Esso deve essere tutto coraggio, allegria, unità. Il tuo posto è quello di umile discepolo. Devi essere superiore solo per il sapere, per la virtù e particolarmente per l’umiltà. Tutti qui sono alle mie dipendenze: questo si richiede perché la volontà di Dio non sia intralciata. Così andrà meglio per te, per la casa e per me”.
Il Beato Giaccardo capì la lezione a volo e, da quel momento fino alla morte, a costo di versare lacrime di sangue, rinunziò completamente tanto alla sua maniera di vedere l’Opera, quanto alla pretesa di imprimerle un indirizzo nuovo, di agire conforme al formalismo più consono al proprio temperamento. Imboccò così la via giusta per giungere quanto prima alla santità. Don Stefano Lamera, postulatore della sua causa, scrisse in Lo Spirito di D. Timoteo Giaccardo, edito ad Alba nel 1954: “Nonostante la buona volontà, egli non arrivò, anche per il suo carattere, a possedere pienamente quella semplicità sobrietà e scioltezza che è propria della pietà paolina” (p. 91). E ancora: “Perché impegnato in altri doveri, non riuscì ad acquistare una vera competenza nel lavoro tecnico e di propaganda” (p. 95) parte integrante nell’educazione dei giovani aspiranti alla vita religiosa paolina.
Il vescovo, che seguiva vigile lo sviluppo dell’Opera di Don Alberione, contro le previsioni di alcuni sacerdoti della diocesi, il 19-10-1919 consacrò sacerdote Don Giaccardo e lo incardinò alla diocesi perché l’Istituto di Don Alberione non era ancora canonicamente cretto in congregazione. Ciò nonostante il 30-6-1920 il fondatore fece emettere al suo primo figlio spirituale i voti privati nell’Istituto con il nome di Timoteo, il diletto discepolo di S. Paolo, e lo incaricò di predicare ritiri spirituali, di confessare e di recarsi tutte le domeniche a piedi a Benevello, distante 13 chilometri da Alba, per aiutare nella cura delle anime il parroco, don Luigi Brovia (+1926), il quale gli era stato largo di aiuti.
Nonostante gli accresciuti impegni Don Giaccardo continuò anche gli studi. Difatti il 12-11-1920 conseguì a Genova la laurea in teologia presso la facoltà di S. Tommaso a pieni voti, benché non possedesse speciali doti. In seguito continuò ad aggiornarsi, ma lo sviluppo sempre più rapido della famiglia paolina e le occupazioni sempre più impellenti alle quali dovette far fronte, gli impedirono di approfondire le materie specifiche del sacerdote. Dalla lettura dei suoi poco scorrevoli scritti, di carattere parenetico e devozionale, si ricava l’impressione che la sua formazione teologica sia rimasta piuttosto sommaria.
In quel tempo Don Alberione, per non costringere i suoi ragazzi a continui traslochi, decise di fare costruire in proprio la Casa Madre dell’Istituto benché diversi sacerdoti diocesani ne temessero il fallimento. Il primo tronco fu benedetto personalmente dal vescovo il 5-10-1921. Da quel giorno l’Opera di Don Alberione si chiamò Pia Società S. Paolo. Don Giaccardo ne fu nominato vicesuperiore ed economo. Come se ciò non bastasse, fu pure incaricato di dirigere la Cassetta d’Alba, settimanale diocesano, di cui Don Alberione era diventato proprietario. Era il tempo in cui Benito Mussolini (1883-1945) si preparava, a marciare su Roma per impadronirsi del governo e imbavagliare la stampa contraria al fascismo. Nel redigere il settimanale Don Giaccardo s’impegnò a riportare sempre con fedeltà il pensiero del papa come già faceva nella predicazione, nella scuola e nelle private conversazioni.
Secondo Don Pietro Occelli, confessore del Beato negli ultimi sedici mesi di vita, “non era egli un uomo fatto per amministrare denaro”. Don Giovanni Basso, die condivise con lui i tempi eroici degli inizi, depose nel processo: “Mi colpiva e impressionava come sapesse comportarsi con pace e serenità in un lavoro irto di enormi difficoltà, soprattutto a contatto dei fornitori della casa e dei creditori in genere. Era proverbiale il modo con cui li trattava. Riusciva ad ammansire anche i più ricalcitranti. Si diceva: “Andavano a chiedergli denaro e molto spesso venivano persuasi a portargliene dell’altro”. Questa calma gli proveniva da una profonda vita inferiore, dalla fede viva nella Provvidenza e dalla sua convinzione circa la bontà dell’Opera di Don Alberione. Sulle cambiali, sulle tratte e sulle richieste di denaro in genere era solito tenere una statuetta di S. Giuseppe come per dirgli: “Pensaci tu”.
Nessuna iniziativa Don Giaccardo prendeva senza il beneplacito del fondatore da tutti chiamato il Primo Maestro. Avendo ormai legato a lui tutta la vita, ebbe una parte preponderante nell’accogliere e nel formare i primi aspiranti, i primi chierici e sacerdoti, e nel condividere gioie e dolori dei primi sviluppi dell’Istituto. Tra i due non mancarono gli attriti perché erano di temperamento diametralmente opposto, “senza che mai né da una parte, né dall’altra diminuisse la stima e la fiducia e l’affetto vicendevole”. Il Beato nel suo Diario annotò: “Signore, grazie di tutto.. .anche della mano forte del Primo Maestro. Io non vedo, io credo! Detesto quel che vedo, credo e mi sottometto e unisco il mio cuore a quello che non vedo”. Quando sentiva in sé più vivi gli stimoli della ribellione proponeva: “Io avrò verso il Primo Maestro filiale comprensione fino all’eroismo, filiale docilità fino all’eroismo, filiale fiducia fino all’eroismo”.

Sapendo di avere in Don Giaccardo un discepolo obbedientissimo, il 6-1-1926 Don Alberione gli affidò l’arduo compito di andare a fondare la prima casa dell’Istituto niente meno che a Roma, benché esso non fosse stato ancora eretto in congregazione religiosa. Nel suo Diario il Beato, allora trentenne, scrisse: “Sono qui per fare anche ora la tua volontà, semplicemente, umilmente! Signore, tu governi la mia vita; tu sei infinito nel tuo amore; io confido in Te “. Nel saluto di commiato, tra l’altro, Don Alberione gli disse: “Ti mando a Roma per il tuo amore e la tua fedeltà al papa”. Difatti, Luigi Rolfo (+1986), che fece parte della spedizione, attestò: “Ricordo che quando vide per la prima volta il papa Pio XI in San Pietro prese a saltellare dalla gioia in modo da suscitare meraviglia e ilarità in chi stava attorno”.
Il Beato Giaccardo il 15-1-1926 impiantò a Roma una piccola tipografia in via Ostiense n. 75, con l’aiuto di 14 studenti ginnasiali che aveva condotto con sé da Alba. Potè così iniziare alcune settimane dopo la stampa del settimanale La Voce di Roma, al quale fecero ben presto seguito altri undici settimanali diocesani. All’inizio il Beato visse in estrema povertà in una casa d’affitto costruita come magazzino e quindi priva di mobili, di sufficienti servizi igienici e di cappella . Per la messa e la visita al SS. Sacramento, doveva recarsi con i suoi ragazzi alla basilica di San Paolo, officiata dai Padri Benedettini sotto la guida dell’abate Ildefonso Schuster (1880-1935), oppure alla più vicina chiesa di S. Benedetto, officiata dai sacerdoti dell’Opera del Card. Ferrari presso la quale stava studiando Giacomo Violardo, più tardi cardinale, anche lui proveniente dal seminario di Alba. I fedeli che vi prendevano parte, ne rimasero subito edificati. Difatti si chiedevano: “Chi è quel pretino che celebra cosi bene? Sembra un santo!”. Verso la metà dell’anno Don Giaccardo riuscì ad allestire una cappellina con un altare portatile avuto in prestito e i paramenti avuti in dono dai Padri Benedettini.
Quando giunse a Roma il Beato disponeva soltanto di 3000 lire. La somma doveva bastare per provvedere anche alle prime necessità delle 14 giovanette, dirette dalla maestra Suor Amalia Peyrolo, delle Figlie di San Paolo, stabilitesi nei pressi dei paolini per affiancarli nel lavoro tipografico con appropriati orari. La Peyrolo depose nel processo; “Non ho mai colto sulle labbra del Giaccardo alcuna espressione di rammarico, tanto per questa obbedienza che certamente gli è costata, quanto per i disagi che questa prima fondazione portò con sé”, non avendo altri sacerdoti con cui condividere le fatiche dell’apostolato, Don Giaccardo si trovò nella necessità di fare da superiore, da direttore spirituale di entrambe le piccole comunità, da maestro di scuola, da economo, da proto nel lavoro tipografico. Non faceva un passo di ordine economico senza la previa autorizzazione del fondatore. A volte non riusciva a pagare in tempo i creditori. Sapeva scusarsene con tanta grazia e umiltà che sovente il creditore rimaneva confuso. Il Beato diceva: “Non sono mai cosi tranquillo come nelle difficoltà. Dio fa lui”.
L’abate Schuster, fin dal primo giorno in cui s’incontrò con Don Giaccardo, concepì di lui grande stima per la sua umiltà e semplicità. Gli chiese chi era e che cosa era venuto a fare nella Città Eterna. Saputo che Don Alberione lo aveva mandato a Roma senza preoccuparsi di chiedere prima la dovuta licenza al Vicariato, il santo abate gli promise che ne avrebbe parlato al Card. Vicario Basilio Pompili (+1931). Gli evitò cosi l’umiliazione di fare ritorno alla città da cui era partito. Dopo pochi mesi dall’apertura della casa paolina, l’abate Schuster andò a visitarla. Rimase molto colpito dalla povertà e serenità che vi regnava. Passando da un locale all’altro ogni tanto sospirava: “Betlemme! Betlemme’” Nell’accomiatarsi, però, disse: “La casa è nata nella povertà: se continuerà nella povertà, voi andrete certamente avanti bene”.
Il P. Anselmo Tappi-Cesarini, segretario dell’abate, dichiarò di Don Giaccardo, immerso in mille difficoltà: “Io non lo vidi mai scoraggiato. Era solito dire che i giovani sono i parafulmini della casa e che la Provvidenza non sarebbe venuta loro meno”. Secondo il Violardo, che lo frequentava per la confessione e la direzione spirituale, “egli trattava i suoi ragazzi in modo veramente paterno, ispirandosi agli insegnamenti educativi di Don Bosco. Li seguiva motto da vicino e ne studiava le tendenze. Parlandone diceva: “Se ne verranno altri mille, io non mi spaventerò; e il Signore che li manda e lui stesso provvederà a mantenerli”. Con tutti era affabilissimo, ma si asteneva dal dare segni di affetto. Ricavava l’occorrente per vivere e incrementare l’Istituto dai lavori eseguiti in tipografia. Sapeva di non poter sperare aiuti dal fondatore il quale, ad Alba, stava progettando la costruzione di un grande tempio a San Paolo, ed esigeva che i suoi figli imparassero a bastare a se stessi ovunque fossero mandati.
Il Beato facendo secondo la costituzione tutti i giorni un’ora di adorazione davanti al SS. Sacramento, recitando “bei rosari” in onore della Regina degli Apostoli, lavorando sodo come l’apostolo S. Paolo, riuscì con l’aiuto del P. Enrico Rosa (+1938), direttore della Civiltà Cattolica, a fare da mediatore tra Don Alberione e i dicasteri della Santa Sede riguardo all’approvazione della congregazione. È certo che il P. Rosa, che stimava tanto Don Giaccardo quanto l’apostolato al quale si dedicava, ne parlò personalmente con Pio XI e che il papa, ricevendo il 13-7-1926 in udienza il Card. Camillo Laurenti, prefetto della Congregazione dei Religiosi, gli disse: “Noi vogliamo una congregazione religiosa per la buona stampa”. Il vescovo d’Alba, Mons. G. Francesco Rè, il 12-3-1927 riconobbe la Pia Società San Paolo come congregazione di diritto diocesano e Don Alberione come suo Primo Maestro. In quell’occasione il B. Giaccardo si recò ad Alba per felicitarsi dell’avvenimento con il padre della sua vocazione, ed emettere anche lui la professione perpetua. L’avvenire della famiglia, paolina era così assicurato.
Nella casa romana, Don Giaccardo non sapeva dove ospitare le vocazioni che aumentavano. I benedettini, poco lontano dalla basilica di San Paolo, possedevano un terreno di cinque ettari chiamato “vigna di S. Paolo”, dotato di un modesto casale. Don Giaccardo andò un giorno a vederlo, gli piacque e ne scrisse a Don Alberione. La risposta nel luglio 1927 fu : “Credo chiarissima la volontà del Signore, che ci fissiamo su un terreno stabile a Roma. La vigna di San Paolo è bene acquistarla”. L’Abate Schuster nello stesso mese firmò l’atto di vendita, e Don Alberione giunse puntualmente da Alba a pagare la prima rata di L.20.000, Nell’ottobre dello stesso anno la piccola comunità paolina cominciò a prenderne possesso. Don Giaccardo trasformò la stalla del casale in cappella e la cantina in tipografia.
Dopo la professione perpetua, Don Giaccardo scrisse nel suo Diario: “Signore, ti offro la dura fatica di essere superiore. Benedici la famiglia che mi hai dato”. La sua preghiera fu esaudita. Ottenne difatti dal Vicariato (1928) di fare edificare subito sul terreno acquistato, un primo tronco di casa per la Pia Società San Paolo e, in seguito, un altro tronco di casa per le Figlie di San Paolo sopra una collina di loro proprietà, indispensabili per la formazione delle vocazioni che andavano moltiplicandosi.
Nell’ottobre del 1930 Don Alberiore richiamò ad Alba Don Giaccardo con i giovani che avevano preso parte alla fondazione della casa romana per un periodo di più tranquilli studi e di più intensa formazione spirituale. Tuttavia, nel 1932 lo rimandò a Roma come superiore cosicché, nell’anno santo della Redenzione 1933-1934, fu in grado di accogliere tutti i professi e novizi paolini che desideravano recarvisi per l’acquisto del giubileo.
Il 10-6-1936, il fondatore trasformò la casa romana in sede del Superiore Generale e destinò Don Giaccardo ad Alba affinchè dirigesse la Casa Madre con l’impegno di insegnare a tutti: ragazzi, chierici e sacerdoti, a praticare la vita di preghiera, di studio, di apostolato e di povertà, costituenti le quattro ruote del carro paolino come avevano imparato fin dalle origini della congregazione. In spirito di umiltà, il Beato accettò con animo lieto e sincero questo secondo ministero: di conservare, interpretare, far penetrare, far passare e scorrere lo spirito e le direttive del fondatore” nell’animo dei paolini, proponendo di comportarsi da superiore “pio e sapiente, nel vedere; forte e paziente, nel tollerare; dolce e fidente nel correggere”.
Il decennio che il Beato trascorse ad Alba con tale compito (1936-1946) rappresentò il periodo più attivo di tutta la sua vita. Secondo Don Rolfo, stretto collaboratore del Giaccardo, quel periodo “fu il migliore nella storia di Casa Madre per l’osservanza religiosa, per la concordia degli animi e per il buon nome della comunità. Al suo bene egli provvedeva in modo particolare con la preghiera, il buon esempio, la predicazione e la grande carità di cuore… Era di temperamento molto mite, esente da squilibri psichici e, quindi, molto gradito a quelli che convivevano con lui”. Mons. Gianoglio attestò: “Da vicario generale, mi formai di lui questo concetto: era un religioso paolino non comune, edificante per la pietà, lo zelo e il modo con cui trattava i confratelli e gli inferiori tanto da essere considerato “la mamma della congregazione”. Posso testimoniare che fu uomo straordinario nella vita ordinaria”.
Il Beato soleva dire a Madre Lucia Ricci, superiora delle Pie Discepole del Divino Maestro, fondate da Don Alberione ad Alba il 20-2-1924 per il servizio di cucina e di guardaroba alla famiglia paolina, l’adorazione eucaristica e l’apostolato liturgico: “Se veniamo rivestiti di autorità, ricordiamo che lo siamo per volontà di Dio, e che il nostro compito è quello di servire gli altri. in suo nome, e non di essere serviti”. Dimostrava questa verità con i fatti poiché era sempre a disposizione di tutti. Al dire di Madre Lucia “ascoltava ininterrottamente tutti coloro che a lui si rivolgevano, senza mai dare a vedere di essere annoiato o seccato. Nel limite del possibile cercava di accontentare tutti, perché era convinto che “l’autorità è al servizio della carità” e perché, personalmente, “amava di più la misericordia che la giustizia”.
Quando, nel 1936, giunse ad Alba, il Beato trovò circa 500 giovanotti da educare e un centinaio di chierici e di sacerdoti da guidare alla santità. Non sempre gli era facile prendere rapide decisioni per una così folta schiera di persone, e qualche confratello ogni tanto se ne lagnava. Eppure nessuno lo aveva mai visto in preda ad ansietà, a turbamenti o a nervosismi neppure allorché, negli anni precedenti la seconda guerra mondiale (1940-1945), arrivavano in curia lamentele di creditori non pagati, o il bollettino dei protesti in ogni numero recava un lungo elenco di cambiali scadute e non pagate per debiti contratti da Don Alberione. Il motivo è che, prima di decidersi, amava riflettere, pregare, consigliarsi e soprattutto attendere da Roma, meno per le questioni più importanti, la definitiva approvazione del fondatore dal quale dipendeva sempre in tutto.

A Don Giaccardo ripugnava fare correzioni specialmente a sacerdoti e confratelli professi. Timido per natura, dovette sempre lottare per vincersi. Non sempre, però, le sue osservazioni venivano accolte con la dovuta sottomissione. Non gli mancarono sgarbi, ingratitudini, grossolanità, ma egli li sopportò sempre senza un lamento e senza conservare rancori verso nessuno.
Afferma Don Alberione, che, durante la sua permanenza ad Alba, Don Giaccardo tenne ogni anno non meno di 400 prediche sui più svariati argomenti religiosi ai componenti la Società San Paolo, alle Pie Discepole del Divino Maestro e alle Figlie di San Paolo che avevano stabilito la Casa Madre a borgo Piave, a un chilometro e mezzo dal centro cittadino, che egli raggiungeva a piedi tutti i venerdì per la celebrazione della Messa, la meditazione e le confessioni. Asserì Don Gianoglio che “Giaccardo sia per la voce e sia per il periodare era poco attraente. Secondo Don Basso però “predicava con calore e unzione”. Non tutti lo gustavano. La sua parola era per lo più elevata e sovente circonvoluta. Non per questo se ne dispensava.
Il Beato traeva gli argomenti per le sue riflessioni dal Vangelo che voleva esposto in chiesa, negli studi, in tipografia, nelle camerate e che baciava a mani giunte ogni volta che vi passava davanti, ma in modo speciale dalle Lettere di San Paolo, che leggeva in greco e conosceva quasi a memoria. Ne portava in tasca una piccola edizione e sovente la consultava. Nella predicazione il riferimento al pensiero dell’apostolo era per lui una necessità.
Quando il Beato parlava del peccato si sentiva che trattava di un argomento che lo imbarazzava, che gli ripugnava. Lo si deduceva dalla contrazione del volto. Non riusciva a concepirlo. Quando gli venivano riferite colpe di qualche confratello, ne rimaneva affranto. Poiché aveva in odio i sotterfugi e le bugie, correggeva gli erranti, ma non sempre, con la dovuta sollecitudine per il grande timore di rattristare persone care. Come penitenza raccomandava la carità, l’esame di coscienza e la vita comune. Non sopportava che nelle ore di ricreazione si formassero dei crocchi. Diceva: “Bandirò la mormorazione e la critica in me e nella casa e nei miei confratelli come la peste”. Dispose perciò che in chiesa, prima della celebrazione della Messa, per un anno si cantasse in latino: “Dove c’è carità e amore, qui c’è Dio”. Sapeva bene che “la terra non è paradiso e le persone non sono angeli”.
L’amore della castità costituiva la caratteristica principale della sua vita. Alcuni confratelli lo ritenevano “esagerato” perché dimostrava il suo sincero disgusto ogni volta che udiva facezie sconvenienti o scurrilità. Diceva: “Religioso tiepido è un controsenso. O si è religiosi, e allora si è fervorosi, o si è freddi, tiepidi, e allora di religioso non c’è che un abito, un nome, una larva”. Nelle esortazioni ricordava: “Chi obbedisce solo perché capisce il motivo, egli è un razionalista, un naturalista, non è un religioso”. “Con i superiori si coopera, non si resiste”. “Nell’autorità vedere, seguire, ascoltare il Divino Maestro. Ostie piccole e ostie grandi: è sempre Lui”. “Bisogna arrivare all’obbedienza attiva, amorosa”. “Oh l’obbedienza! Io l’amo tanto”. Nello spiegare le costituzioni, che considerava “la scala d’oro che porta al paradiso”, sovente ripeteva: “Non facciamo nulla che non sia in regola”.
La formazione all’umiltà era uno dei temi su cui Don Giaccardo si fermava di più nel dettare le meditazioni. Diceva: “Per me il Vangelo è il libro dell’umiltà”. Ne deduceva la necessità quindi, di “farsi piccoli, sentirsi piccoli, restare piccoli”. Esortava; “All’umiltà non dite mai di no perché più entrate nell’umiltà, più assomiglierete a Gesù Cristo… Umiliamoci anche quando dovessimo inchiodare con Gesù la nostra volontà alla croce”. Perché “l’amore alle comodità non fa mai i santi”, mentre “chi uccide l’io, trova Dio”. Stimolava i suoi uditori a praticare qualsiasi virtù in maniera pronta, facile e dilettevole. Sottolineava sempre e specialmente l’ultimo avverbio perché era convinto che “un uomo scontento è un uomo a metà”. Talvolta concludeva la meditazione con la frase: “Il nostro posto è fra le stelle” oppure “un buon paradiso paga tutto!”.
Nella direzione della comunità Don Giaccardo ebbe sempre la preoccupazione di fare mettere in pratica le raccomandazioni circa le peculiarità della vita paolina che il fondatore ogni tanto faceva pervenire alle varie case sparse nel mondo tramite le sue lettere circolari. Egli di lui fu sempre “il fedelissimo” tra tutti i figli, il più sollecito a difenderne e sostenerne intuizioni. “Devo essere un sacerdote di preghiera” aveva proposto e, finché visse, fu esemplare nel compiere le pratiche di pietà. Si alzava alle quattro e mezzo del mattino anche quando andava a riposare molto tardi la sera dovendo prima sbrigare la corrispondenza e preparare gli appunti per la meditazione del mattino, o passava la notte in bianco per qualche dissidio o mancanza di carità che si era verificata tra i confratelli. Pregava tenendo le mani giunte e, sia che celebrasse la Messa o che compisse altre funzioni liturgiche, appariva sempre molto raccolto.
Il Beato non tralasciava di fare la prescritta ora di adorazione al SS. Sacramento, magari dopo cena, se durante la giornata gliene era mancato il tempo. In chiesa non amava essere disturbato: “Sono a rapporto con Dio – diceva – non c’è nessuno più importante di Lui, ora!”. Durante la preghiera, la recita dell’Ufficio Divino o del rosario, non fu mai visto seduto o appoggiato al banco. Durante il giorno gli fiorivano spontanee sul labbro le giaculatorie che chiamava “le nostre telefonate al paradiso”, specialmente l’invocazione “Deo gratias”, ogni volta che riceveva un beneficio e “mio Dio e mio tutto”, che inculcava anche agli altri. A un confratello che gli chiese un giorno come facesse a starsene tranquillo e sereno tra tante preoccupazioni egli rispose: “Vedi, dopo un quarto d’ora di preghiera, qualsiasi fastidio per me si scioglie come un pezzo di cera al sole”. Don Rolfo nel processo ebbe a dire: “Attesto che dal 1937 al 1945 quando andavo per parlargli dopo cena, lo trovavo abitualmente in preghiera con la corona del rosario in mano al suo inginocchiatoio o in piedi”.
Don Giaccardo si sentiva spinto a trasfondere in tutti lo spirito di preghiera da cui era animato. Nutriva un vivissimo amore alla liturgia. In anticipo sui tempi volle che la Messa comunitaria ogni domenica “fosse dialogata” e che la “Messa grande” fosse celebrata in bei canto gregoriano. Amava le belle funzioni religiose, il suono dell’organo, le lunghe processioni che presiedeva attorniato da chierici in cotta, da sacerdoti rivestiti di paramenti molto belli nonché da diversi paggetti in costume. Per la casa di Dio non badava a spese come per i malati che, una volta alla settimana, andava a visitare nella loro residenza di Sanfrc. Esigeva il massimo splendore per rendere più solenne e più devota l’adorazione eucaristica nella prima domenica del mese in cui si rendeva un culto speciale a Gesù Maestro. Via, Verità e Vita. Dopo avere indetto tra i cooperatori una raccolta di oggetti preziosi fece fondere 10 Kg. di argento e 3 Kg. di oro e trasformare in artistico e monumentale Ostensorio, D’accordo col fondatore fece dotare la chiesa di Casa Madre, dedicata a San Paolo, di un organo di circa 3.000 canne su progetto dell’Ing. Bartolomeo Gallo (+1970), che fu inaugurato il 23-10-1938 alla presenza del principe Umberto di Savoia, e di uno splendido altare interamente costruito in masse di marmo di grande pregio che fu consacrato il 20-8-1941 da Mons. Luigi Grassi, vescovo di Alba (1887-1948). Nel presbiterio due belle lampade pensili, con la loro fiammella intermittente, stanno a indicare che questo altare è privilegiato per l’adorazione perpetua, stabilita in Casa Madre dal fondatore e assicurata dalle Pie Discepole del Divino Maestro. Nel 1942 il Beato affidò allo studio e alla esecuzione dello scultore Virgilio Audagna la “Gloria di San Paolo”: un grande altorilievo marmoreo, il più grande del mondo, dedicato all’Apostolo, di 450 quintali, che costituisce la pala dell’altare maggiore a ridosso della parete di fondo del presbiterio. Prima che fosse sistemata provvide che fosse pavimentata la chiesa con pregiati marmi e intarsi di modo che la celebrazione eucaristica non potesse avere una sede più splendida.
Con il Beato Giaccardo in Casa Madre acquistarono un tono di particolare serietà anche gli studi. Giuseppe Zilli (1921-1980), allora studente e, in seguito, direttore di “Famiglia Cristiana”, dichiarò a chi ne era prefetto: “In quegli anni ci sentivamo crescere di continuo”. Esigeva che le aule di scuola fossero in ordine, che gli esami fossero dati con la dovuta serietà, e non aveva timori a rimandare gli alunni impreparati e a far ripetere l’anno anche se si trattava di studenti di liceo. Ogni anno faceva celebrare la festa dei “Maestri” con accademie, conferenze e dispute scolastiche specialmente quando coincideva con quella di S. Tommaso d’Aquino. Il Can. Natale Bussi (+1988), professore di dogmatica nel seminario diocesano, quando avvicinava il Beato per la direzione spirituale, rimaneva colpito dall’avvedutezza con cui sapeva scegliere i suoi libri. Nei processi affermò: “Le sue doti non erano eccezionali, tuttavia, con profonda applicazione, aveva acquistato una cultura ecclesiastica non comune e sempre aggiornata. Mi colpiva soprattutto la sua visione cristocentrica della storia della rivelazione e la sua intelligenza spirituale della Bibbia”.
Don Alberione in tutte le opere che intraprese ottenne ottimi risultati perché seppe renderle auto sufficienti, memore di quanto scrisse San Paolo ai Tessalonicesi; “Se uno non vuole lavorare, neppure mangi” (2 Ts 3,10). Ai paolini e alle paoline affidò il compito di evangelizzare il mondo facendo uso dei mezzi più celeri ed efficaci della comunicazione sociale. Don Giaccardo alla sua scuola ne comprese tutta l’importanza. Nel tempo che gli rimaneva libero da altre occupazioni scriveva articoli per le riviste che si stampavano in Casa Madre come Vita Pastorale e L’Unione Cooperatori buona stampa. Volle che fosse costituito l’Ufficio Edizioni per una migliore scelta e revisione dei libri da stampare; con la collaborazione di confratelli molto competenti, acquistò oltre 25 nuove macchine da stampa per moltiplicare le copie delle Bibbie, i catechismi, i bollettini parrocchiali, le vite di santi e le letture amene per le biblioteche.
Benché non fosse capace di grandi iniziative, organizzò meglio la propaganda con metodi ciclici di diffusione a domicilio, visite alle canoniche e ai seminari, alle scuole e agli Istituti. Casa Madre considera come fiore all’occhiello il vertice dei 2.000.000 di copie di Messalini Festivi e delle 580.000 copie di Messalini Quotidiani diffusi fino al 1946, nonostante gli anni di piombo della seconda guerra mondiale, e le accanite lotte tra partigiani e truppe della Repubblica di Salò per il possesso di Alba dopo la firma dell’armistizio (8-9-1943) Ira l’Italia e la Germania.
La quarta ruota del “carro paolino” è costituita dalla povertà nella accettazione più vasta della parola: distacco dai beni terreni per amore del regno di Dio; volontario e ascetico sacrificio di sé per il bene dell’Istituto; ma soprattutto prontezza nel mettere le proprie capacità manageriali al servizio dell’apostolato della comunicazione sociale, per un più competitivo e fruttuoso rendimento alla maggior gloria di Dio e al bene delle anime. Don Giaccardo voleva tenere lontano dalla famiglia paolina “tanto l’abbondanza, quanto la miseria”. Diceva: “Quando la povertà manca, lo spirito cede. Quanto più si ama la povertà, tanto più si sviluppa la gioia”. In vita ebbe di certo bisogno di molto denaro, ciò nonostante confessò Don Rolfo; “Ammirai in lui un eccezionale distacco dal denaro, da tutti i beni materiali, dagli onori, dalle cariche, tant’era innamorato dei beni superiori”. Era sua la massima; “Non è il denaro che importa, ma fare la volontà di Dio”. Diceva ai confratelli: “Dobbiamo vivere una povertà dignitosa”. Don Giovanni Costa (+1989), primo alunno della congregazione, attestò di lui: “Giaccardo era un uomo molto frugale. Si accontentava di quello che procurava l’economo. Non si lamentava mai. Tra un pasto e l’altro non prendeva nulla. Non fumava e non entrava nei bar per prendere qualche ristoro”. Maestra Ignazia Balla, superiora generale delle Figlie di S. Paolo, affermò nel processo: “Don Giaccardo era alieno dagli svaghi e dai divertimenti. Ritengo che non sia mai andato in vacanza e che non abbia mai fatto una gita di piacere”. Viaggiava di notte e sempre in terza classe.
Quando Don Alberione destinò Don Giaccardo a dirigere la comunità di Alba, il compito di lui fu quello di contribuire alla particolare formazione spirituale, morale, culturale delle Pie Discepole onde prepararle alla autonomia giuridica, per la loro specifica missione. Ad esse cominciò a dettare la meditazione, a insegnare a fare l’esame di coscienza, a confessarle, a farle istruire con scuole di italiano e di latino, di liturgia e persino di teologia. Per sette anni egli stesso ogni settimana fece scuola di ascetica alle novizie. Ad alcuni confratelli, punti dall’invidia, parve che dedicasse alle suore troppo tempo a scapito della sua comunità.
Il Beato, certo di compiere la volontà di Dio, continuò imperterrito a svolgere con grande impegno quanto gli era stato ordinato. Quando il fondatore lo avvertì delle critiche che certi sacerdoti gli muovevano, gli scrisse con estrema sincerità: “Credo che da quando ebbi a occuparmi delle Pie Discepole nessuno.. .possa seriamente provare che mi sono fermato con le suore un momento di più del necessario; che abbia fatto un qualunque gesto non perfettamente pudico e decoroso”.
Don Alberione intendeva fare delle Pie Discepole una congregazione autonoma per la peculiarità del loro apostolato. Il 9-7-1945 fece chiedere alla Congregazione dei Religiosi che fossero separate dalle Figlie di San Paolo già approvate dalla S. Sede il 13-11-1943. Il 24-8-1946, Mons. Pasetto, segretario della Congregazione, comunicò di “non credere conveniente, né utile accondiscendere alla domanda”, e dispose che fosse chiuso il noviziato che le Pie Discepole avevano aperto ad Alba. Quando il P. Angelico da Alessandria, cappuccino, in qualità di Visitatore delle Suore in questione con il mandato di scioglierle dai voti, comunicò a Don Giaccardo la decisione presa dalla Congregazione dei Religiosi, questi si fece bianco in volto, stette qualche istante soprappensiero, e poi gli disse: “Padre, io offro la mia vita al Signore per ottenere questa grazia e sono sicuro che Dio mi esaudirà”. Alle Suore in preda a travagli e perplessità raccomandò di non “lasciarsi schiacciare, opprimere dalla prova”, ma anche di “obbedire in silenzio, fiducia e docilità”‘. Egli stesso ne diede l’esempio, tanto che P. Angelico dopo la morte di lui, nel processo depose: “Non ho mai conosciuto un religioso così ossequiente, così prudente, così delicato nei suoi giudizi verso un qualsiasi superiore, specialmente nei riguardi della S. Sede”.
Nel 1947 alcune Pie Discepole e alcune Figlie di San Paolo, accusarono Don Giaccardo di essere esagerato nella direzione spirituale, e di avere creato tra di loro una grande confusione, specialmente per lo svolgimento del loro apostolato. Fra Angelico, nel processo, attestò: “Visitando le varie case del le Suore e interrogandole, mi accorsi che era stata escogitata tutta una montatura contro Don Giaccardo. Il subbuglio c’era, ma nel cervello di alcune suore malate di nervi e in alcune altre affette di gelosia.. Non era vero che la sua direzione spirituale fosse esagerata. Ho trovato che, nella formazione spirituale, le Pie Discepole erano superiori alle Figlie di San Paolo”.
La Santa Sede rimase molto soddisfatta della relazione fatta dal P. Angelico circa l’Istituto tanto bersagliato, di modo che il vescovo di Alba, Mons. Luigi Grassi, il 3-4-1947 potè erigerlo in congregazione religiosa. Prima che il decreto fosse reso pubblico, le suore che avevano scritto o deposto contro il Beato, andarono confuse a chiedergliene perdono. Anziché riprenderle, disse loro con estrema semplicità: “La colpa non è vostra, ma mia, perché non sono stato capace di farmi capire”. All’inizio del 1948 P. Angelico si recò ad Alba per la consegna del decreto. In quella circostanza il Beato, radiante di gioia, disse: “Ormai la mia opera è compiuta. Sono pronto a mantenere l’offerta fatta a Dio”.
Al dire di Don Robaldo, economo di Casa Madre, la vita del Giaccardo “è stata una continua sottomissione eroica al fondatore. Ne seguiva, con la massima scrupolosità e fedeltà, tutte le direttive; ed io penso che sia stata questa fedeltà a costargli la vita, perché vi perseverò anche quando non ne condivideva i metodi ed il pensiero”. All’inizio del mese di ottobre 1946 Don Giaccardo ricevette dal fondatore l’ordine di trasferirsi a Roma in qualità di Vicario generale. Egli obbedì con grande sacrificio. Ebbe l’incarico di scrivere il Direttorio della Società San Paolo, che terminò a un mese di distanza dalla morte. Don Occelli, che ricevette l’incarico di confessarlo, testimoniò che il Beato “obbediva al fondatore tanquam Deo praecipienti. Qualche volta l’ho incoraggiato a contestare in qualche punto Don Alberione, ma egli, pur riconoscendo le ragioni del suggerimento, mi diceva che non era capace dinanzi al superiore di fare opposizione”. Anzi, un giorno scrisse alla sua guida spirituale, alla quale faceva ricorso anche due o tre volte la settimana: “Viviamo tutti nelle viscere del Primo Maestro… Io personalmente credo di aderire fedelmente a lui, di non contraddirlo e contristarlo; sono disposto a camminare sotto le suole delle sue scarpe e muovermi in ogni sua direzione”.
Anche Don Gianolio affermò; “Sono a conoscenza personale che questo suo modo di condursi gli procurò sacrificio e rinunzia che il Giaccardo sopportava serenamente, persuaso che questa era la giusta via”. Don Robaldo confermò: “Nell’ultimo periodo che egli trascorse a Roma, si trovò molto a disagio. Talvolta mi fece capire che ciò che lo faceva tanto soffrire era la sua nuova posizione nella quale poteva fare poco o nulla. Nel dirmi ciò, egli non faceva critiche e non accusava alcuna persona”. Al riguardo, più esplicito fu Don Luigi Rolfo. Dichiarò nel processo: “Quando Don Giaccardo fu richiamato a Roma come vicario generale mi trovavo in Spagna. So tuttavia che il governo gelosamente accentratore del fondatore lo condannò praticamente all’inazione impedendogli qualsiasi iniziativa. Questa fu senza dubbio la più grave sofferenza morale del Giaccardo, il quale diede prova di una virtù veramente eccezionale, non aprendo bocca su queste sofferenze interiori”.
Nel corso degli ultimi suoi esercizi spirituali fatti nel luglio del 1947, il Beato scrisse nel Diario: “Grazie, Signore, che mi hai fatto soffrire un poco; grazie, che mi hai dato da sopportare qualcosa con te!”. Ogni mattina rinnovo il mio “abrenuntio” e il mio “diligo”; il mio “offero”, “dono”, “trado”. E propose di “accogliere, portare e offrire a Gesù Cristo le indisposizioni, le infermità, le tristezze, le oscurità, le desolazioni; ciò che contrista, contrasta e contraddice; non soltanto come purificazione dell’anima, ma come vero apostolato che potrà durare anche molti anni, magari tutta la vita”.
Don Giaccardo dagli ultimi mesi del 1947 cominciò a sperimentare una spossatezza che andava sempre più accentuandosi. Egli stesso non si fidava più di viaggiare da solo a causa di frequenti svenimenti e di particolari difficoltà nell’articolare le gambe. Due mesi prima della morte, visitò, per incarico di Don Alberione, diverse case d’Italia come “fratello maggiore”, ma figlio del fondatore. Da Alba volle recarsi al paese natio per rivedere la chiesa dei suoi ardori infantili, salutare i parenti e i conoscenti, specialmente il vecchio parroco al quale chiese la benedizione in ginocchio, e diede appuntamento per il Paradiso. Il 12-1-1948 celebrò con estrema fatica la sua ultima Messa. In mattinata Pio XII concesse il Decreto di Lode alle Pie Discepole del Divino Maestro. Giubilante, la mattina dopo il Beato ne volle personalmente dare loro la consolante notizia con un telegramma in cui diceva: “Eugenio placuit, Pius probavit“.
Il Dott. Tommaso Teodoli curò il malato come fosse affetto da artrite e lombaggine. Dal consulto di tré medici risultò, invece, che era colpito da una anemia leucemica acuta, che annunziava una fine prossima. Il 18-1-1948 Don Alberione si credette in dovere di notificare al suo più stretto collaboratore la gravita della malattia e di proporgli gli ultimi sacramenti. Il morente, che non si aspettava una fine così rapida, ebbe un momento di sorpresa, poi esclamò: “Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu”. Nella famiglia paolina furono subito fatte speciali preghiere per la sua guarigione. Dal suo letto di morte il Beato raccomandava: “Sì, chiedete pure il miracolo, ma nella volontà di Dio”.
Durante la malattia Don Giaccardo accettò obbediente tutte le cure, anche le più dolorose. “Soltanto – sospirava – risparmiatemi le punture che non si possono fare alle braccia”. Don Occelli confermò che “aveva un grande senso di vergogna nel farsi curare e permetteva solo a me che lo toccassi”. Attese la morte ripetendo di continuo il Credo e pregando nel proprio cuore anche quando, chi andava a fargli visita, lo riteneva assopito. Il 22 gennaio Don Alberione celebrò la Messa del viatico nella stanza adiacente a quella del morente. AI termine della funzione, il Beato chiese a chi l’assisteva: “Recitami l’inno “Gesù, corona virginum”. Poi, ad un tratto, per tre volte pronunciò lentamente in latino: “Vieni, servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore” (Mt. 25,23). Morì secondo Don Alberione ancora rivestito dell’innocenza battesimale, il 24-1-1948, sabato, vigilia della conversione di S. Paolo e memoria del suo discepolo S. Timoteo, dopo che tutta la comunità, la sera precedente, gli era sfilata dinanzi per baciargli la mano, e il fondatore gli aveva impartito ancora una volta l’assoluzione, lo aveva abbracciato e baciato sospirando: “Tu sei stato sempre un figliuolo buono e fedele!”.
Quando ad Alba i paolini ne diedero notizia a Mons. Grassi, vescovo, degente a letto per un cancro, questi dal dispiacere pianse. Aveva sempre considerato il Giaccardo come “l’ottimo tra i buoni sacerdoti della Società San Paolo”. Anche il P. Francesco Grasso, appena ne apprese la notizia l’Osservatore Romano, del suo antico compagno di seminario scrisse: “Era un santo di quella santità che non pesa e non posa”. Il Card. Schuster il 25-1-1948 scrisse da Milano: “La dipartita del Teol. Don Giaccardo è per me un lutto familiare, in quanto gli sono stato fraternamente dappresso nei primi stentati anni della fondazione in Roma, Oh! anni preziosi di ricca povertà e di eroico abbandono in Dio. Giorno per giorno il corvo recava il pane quotidiano”.
I funerali di Don Giaccardo si svolsero il 26-1-1948 nell’abside della basilica di San Paolo come se fosse un monaco dell’abbazia. Nell’omelia Don Alberione ne mise in risalto la pietà, la docilità e l’umiltà. Dal 1966 le sue reliquie sono venerate nella cripta del santuario di Maria SS. Regina degli Apostoli, di cui il 19-8-1947 il Card. Carlo Salotti aveva posto la prima pietra con l’assistenza e di Don Giacomo Alberione e di Don Timoteo Giaccardo. L’ultima preghiera che, prima di morire, quest’ultimo scrisse fu: “Signore, ti prego, fa che il mio sepolcro sia semente di vergini!”.
Giovanni Paolo II riconobbe le virtù eroiche di Don Giaccardo il 9-4-1985 e lo beatificò il 22-10-1989.

Sac. Guido Pettinati SSP,

Pagine cattoliche

 

Published by Colacrai

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S’innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? «Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Allora l’esilio? «Del Signore é la terra e quanto contiene» (Sal 23, 1). La confisca de beni? «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. E’ per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.

Non senti il Signore che dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»? (Mt 18, 20). E non sarà presente là dove si trova un popolo così numeroso, unito dai vincoli della carità? Mi appoggio forse sulle mie forze? No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: questa é il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo é sconvolto, ho tra le mani la sua Scrittura, leggo, la sua parola. Essa é la mia sicurezza e la mia difesa. Egli dice: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20)- Cristo é con me, di chi avrò paura? Anche se si alzano contro di me i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. Se la vostra carità non mi avesse trattenuto, non avrei indugiato un istante a partire per altra destinazione oggi stesso. Ripeto sempre: «Signore, sia fatta la tua volontà» (Mt 26, 42). Fraò quello che vuoi tu, non quello che vuole il tale o il tal altro. Questa é la mia torre, questa la pietra inamovibile, il bastone del mio sicuro appoggio. Se Dio vuole quetso, bene! Se vuole ch’io rimanga, lo ringrazio. Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.

Dove sono io, là ci siete anche voi. Dove siete voi, ci sono anch’io. Noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo. Anche se siamo distanti, siamo uniti dalla carità; anzi neppure la morte ci può separare. Il corpo morrà, l’anima tuttavia vivrà e si ricorderà del popolo. Voi siete i miei concittadini, i miei genitori, i miei fratelli, i miei figli, le mie membra, il mio corpo, la mia luce, più amabile della luce del giorno. Il raggio solare può recarmi qualcosa di più giocondo della vostra carità? Il raggio mi é utile nella vita presente, ma la vostra carità mi intreccia la corona per la vita futura.(Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo, Prima dell’esilio, nn. 1-3; PG 52, 427*-430).

da: PaulusWeb

Fede senza agápe?

Published by Colacrai,

Intervento di Benedetto XVI in occasione dell’Angelus, domenica, 13 settembre 2009 a Castelgandolfo.

Cari fratelli e sorelle! In questa Domenica – la 24.ma del Tempo Ordinario – la Parola di Dio ci interpella con due questioni cruciali che riassumerei così: “Chi è per te Gesù di Nazaret?”. E poi: “La tua fede si traduce in opere oppure no?”. La prima domanda la troviamo nel Vangelo odierno, là dove Gesù chiede ai suoi discepoli: “Voi, chi dite che io sia?” ( Mc 8,29). La risposta di Pietro è netta e immediata: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia, il consacrato di Dio mandato a salvare il suo popolo. Pietro e gli altri apostoli, dunque, a differenza della maggior parte della gente, credono che Gesù non sia solo un grande maestro, o un profeta, ma molto di più. Hanno fede: credono che in Lui è presente e opera Dio. Subito dopo questa professione di fede, però, quando Gesù per la prima volta annuncia apertamente che dovrà patire ed essere ucciso, lo stesso Pietro si oppone alla prospettiva di sofferenza e di morte. Gesù allora deve rimproverarlo con forza, per fargli capire che non basta credere che Lui è Dio, ma spinti dalla carità bisogna seguirlo sulla sua stessa strada, quella della croce (cfr Mc 8,31-33). Gesù non è venuto a insegnarci una filosofia, ma a mostrarci una via, anzi, la via che conduce alla vita.

Questa via è l’amore, che è l’espressione della vera fede. Se uno ama il prossimo con cuore puro e generoso, vuol dire che conosce veramente Dio. Se invece uno dice di avere fede, ma non ama i fratelli, non è un vero credente. Dio non abita in lui. Lo afferma chiaramente san Giacomo nella seconda lettura della Messa di questa Domenica: “Se non è seguita dalle opere, [la fede] in se stessa è morta” (Gc 2,17). A questo proposito, mi piace citare uno scritto di san Giovanni Crisostomo, uno dei grandi Padri della Chiesa, che il calendario liturgico ci invita oggi a ricordare. Proprio commentando il passo citato della Lettera di Giacomo egli scrive: “Uno può anche avere una retta fede nel Padre e nel Figlio, così come nello Spirito Santo, ma se non ha una retta vita, la sua fede non gli servirà per la salvezza. Quando dunque leggi nel Vangelo: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio» (Gv 17,3), non pensare che questo verso basti a salvarci: sono necessari una vita e un comportamento purissimi” (cit. in J.A. Cramer, Catenae graecorum Patrum in N.T., vol. VIII: In Epist. Cath. et Apoc., Oxford 1844). [© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

da:PaulusWeb

Le donne di Wojtyla

di ATTILIO MONGE

Fra le novità del pontificato di papa Wojtyla c’è il rapporto con le donne: non ha paura a incontrarle con gesti affettuosi, ad abbracciarle, a lasciarsi prendere per mano non solo da Madre Teresa, rompendo ogni diffidenza.

Il libro che le Paoline, nel 1988, ai tempi della Mulieris dignitatem, stavano per mandare in stampa, scritto dalla ex europarlamentare radicale Maria Antonietta Macciocchi, che da apologeta di Mao si era convertita ad ammiratrice del Papa, portava come titolo Le donne di Wojtyla, titolo che, dopo molte discussioni e suggerimenti di prudenza, fu cambiato nel più ovvio Le donne secondo Wojtyla. Il titolo originale torna ora di attualità su molti giornali che parlano delle lettere scambiate per oltre 50 anni da Karol Wojtyla con una sua amica e collaboratrice polacca, Wanda Poltawska, rese pubbliche dall’interessata. Quelli che hanno voluto bene al Papa, milioni e milioni, trovano bello che si conosca questo suo aspetto familiare; altri, pochi per fortuna, non nascondono malumori e imbarazzo.


Wanda Poltawska (foto Alikkeplicz/AP/La Presse)

Il mio primo commento è il manzoniano omnia munda mundis preso in prestito da san Paolo. Sapere che Giovanni Paolo II, da Roma come quando era semplice prete in Polonia, continua a scrivere alla sua amica di giovinezza: «Mia cara Dusia…» quando fino a meno di un secolo fa i Papi si davano del “noi” anche se si rivolgevano al segretario personale, fa bene al cuore. Wanda, giovane medico, sposata, quando scopre di avere un cancro, ricorre a Wojtyla perché implori padre Pio, ancora vivente, per la sua guarigione e continuerà a scambiare lettere e colloqui con l’amico sacerdote divenuto successore di Pietro, che la considera una sorella con la quale confidarsi e parlare di Dio e degli avvenimenti quotidiani.

Si pensa ai santi, o se volete al Papa, come a esseri spiritualizzati, fuori dalla realtà, e, spesso, privi di umanità. Accanto ai santi o, se volete, al Papa, la donna dovrebbe mettersi in disparte, tornare nei panni di Eva confusa di vergogna, cacciata dal paradiso terrestre. Senza dubbio, fra le novità del pontificato di Karol Wojtyla, c’è il rapporto con le donne: non ha paura a incontrarle con gesti affettuosi, ad abbracciarle, a lasciarsi prendere per mano non solo da Madre Teresa, rompendo quella fredda diffidenza propria del clero, specialmente se curiale. Ha confessato a Vittorio Messori: «Frequentando giovani sposi, appena sacerdote, imparai ad amare l’amore umano. Voglio insegnare ad amare l’amore».

Grazie a questo stile, Giovanni Paolo II ha potuto parlare del “genio femminile” sublimato nella maternità e nella devozione mariana. Ha trattato l’amore fra fidanzati e nella famiglia, scrivendo pagine memorabili come «Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna». E ha risposto lui stesso a eventuali critiche: «Cristo parla con le donne delle cose di Dio ed esse lo comprendono». Altro che suscitare dubbi o riserve. Ai più piace un Papa, o se volete, un santo, che resta uomo.


L’anima del commercio

Mai come ora, che la pubblicità è entrata in casa della Radio Vaticana, si può dire che il commercio ha un’anima. Parlano tutti di un’innovazione rivoluzionaria che pone fine al silenzio pubblicitario durato quasi ottant’anni. Sinceramente c’è stato un tempo in cui la Chiesa guardava con sospetto, per non dire di peggio, alla pubblicità, come mezzo subdolo e falso per ottenere oltre il dovuto. Qualche volta aveva ragione: ancora ai giorni nostri si ricorre a slogan violenti e volgari. L’idea degli spot sulla sua radio piace al Papa già favorevole a soluzioni tecnologiche avanzate come YouTube e Internet.

A ben riflettere, fin dalle sue origini la Chiesa si è impegnata nella pubblicità del suo particolare messaggio: la si chiamava evangelizzazione. Il regno di Dio non è di questo mondo, ma deve vivere e prosperare in questo mondo: nulla di male che si affidi alle stampelle della pubblicità compatibile con i programmi che aprono in tutto il mondo con il saluto: Laudetur Jesus Christus.

Senza pubblicità è rimasta sola Radio Maria, dedita però a pubblicizzare i continui messaggi di Medjugorje e di Colei che, in vita, ha rilasciato poche parole e, come scrive il suo biografo Luca, «serbava tutto in cuor suo».

Attilio Monge

da: Vita Pastorale

Giornata Vocazionale

lourdes

ANNA MARIA GUSTINELLI

NELLA FAMIGLIA PAOLINA

L’ISTITUTO MARIA SS.MA ANNUNZIATA  

In questo mese in cui si concluderà l’Anno Paolino, in questa giornata 7 giugno 2009 in cui voi del Centro Culturale A PASSO D’UOMO celebrate la giornata nazionale delle vocazioni, nel mentre la liturgia domenicale è incentrata oggi sul mistero della SS.ma Trinità, vorrei introdurre il mio discorso sulla Famiglia Paolina, di cui faccio parte come membro dell’Istituto Maria SS. Annunziata, leggendo con voi una bellissima preghiera alla Trinità, sgorgata dal cuore del Beato don Giacomo Alberione, fondatore della “Mirabile Famiglia Paolina” che comprende dieci Istituzioni per rispondere ai diversi modi di interpretare la chiamata universale alla santità, come evidenziato dal Concilio II°

Alla SS.ma Trinità

O Trinità divina, Padre, Figlio e Spirito Santo,
presente e operante nella Chiesa
e nella profondità della mia anima,
io ti adoro, ti ringrazio, ti amo!
E per le mani di Maria santissima,
madre mia, offro, dono e consacro a te
tutto me stesso, per la vita e per l’eternità.
A te, Padre celeste, mi offro,
dono e consacro come figlio.
A te, Gesù Maestro, mi offro,
dono e consacro come. fratello e discepolo.
A te, Spirito Santo, mi offro,
dono e consacro come “tempio vivo”
per essere consacrato e santificato.
O Maria, madre della Chiesa e madre mia,
che vivi alla presenza della divina Trinità,
insegnami a vivere, per mezzo della liturgia e dei sacramenti,
in intima comunione con le tre divine Persone,
affinché tutta la mia vita
sia un “gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”.

Amen.

Entrando nello specifico di questa giornata, inizio con il citare tre date fonda­mentali della vita di don Alberione: la sua nascita il 4 aprile 1884; la sua morte i126 novembre 1971; la beatificazione da parte del papa Giovanni Paolo II i127 aprile 2003.
Di origini piemontesi, don Giacomo nacque e crebbe in una famiglia contadina. A sei anni incominciò a ripetere: “Mi farò prete”. A sedici anni visse un mo­mento di crisi particolare che egli chiamerà “La notte di luce”. E’ il 31 dicem­bre 1900, snodo tra due secoli, che egli passò davanti all’Eucarestia per tutta la notte. Diventato sacerdote, incominciò a realizzare  quanto intuito quella notte. Nel 1914 fonda il 1° Istituto Società S. Paolo. Da tale anno, fino al 1959, ossia in 45 anni, fonda dieci Istituzioni che chiamerà Famiglia Paolina.
Don Alberione ha avuto un rapporto tutto particolare con S. Paolo, che fu grande apostolo, missionario e comunicatore tramite la parola e le numerose lettere inviate alle sue Comunità. Ha voluto erigere un tempio a S. Paolo nella sua città natale, Alba. Egli ripeteva: “Non siamo stati noi a scegliere S. Paolo, ma è lui che ha scelto noi. Lui è nostro padre, fondatore e nostro modello “. Lui si è .fatto questa Famiglia con una presenza quasi fisica, incomprensibi­le “.
Nel 1923, in piena esplosione delle sue fondazioni, egli sarà guarito miracolo­samente dalla tisi per intercessione di S. Paolo.
Ha espresso il suo carisma in poche parole: “Vivere e dare Gesù Via, Verità e Vita a tutti gli uomini con tutti i mezzi più efficaci e moderni che la tecnica ci offre”. Scopo della Famiglia Paolina è dunque “fare a tutti la carità della Verità”. Ma la verità, per noi cristiani, è Gesù. Quindi occorre far conoscere Gesù. E’ la vocazione delle dieci Istituzioni.
Quando il Concilio Vaticano II approvò il decreto “Inter mirifica” (4.12.1963), la gioia di don Alberione fu immensa perché lo ritenne una approvazione solen­ne del suo modo di fare apostolato. S. Paolo aveva segnato una svolta nella comunicazione della Parola di Dio tramite la predicazione scritta. Don Alberione segnò pure una svolta quando iniziò la predicazione utilizzando tutti i mezzi di comunicazione moderni.
La spiritualità della Famiglia Paolina è tutta incentrata sulla figura di Gesù Maestro, Via, Verità e Vita, ossia donare tutto il Cristo a tutto l’uomo. Ecco che allora emerge la Parola di Dio fatta carne, che si evidenzia nella Bibbia e nel Vangelo. “Non temete; io sarò con voi”. Qui si fonda la centralità dell’Eucarestia, del Tabernacolo attorno al quale volle che si scrivesse una se­conda frase fondamentale: “Di qui voglio illuminare”, a cui va aggiunta la terza frase: “Abbiate il dolore dei peccati”.
Tutte queste intuizioni alberoniane portano inevitabilmente alla presenza di Maria colei che ci ha dato Gesù Maestro. In omaggio a lei volle che fosse eretto un grande tempio dedicato appunto a Maria Regina degli Apostoli.

Ho detto prima che la Famiglia Paolina si compone di dieci Istituzioni. Cinque sono Congregazioni Religiose:

la Società S. Paolo riservata ai sacerdoti paolini; le Figlie di S. Paolo note come “Le Paoline” che si dedicano alle librerie; le Pie Discepole del Divin Maestro che seguono l’adorazione perpetua davanti alla Eucarestia e la confe­zione di arredi sacri liturgici; le Suore di Gesù Buon Pastore, conosciute come “Pastorelle” che operano nelle parrocchie; l’Istituto Regina degli Apostoli meglio conosciuto come “Suore apostoline” perché dedite all’apostolato vocazionale.

Ho detto che vi sono anche quattro Istituti di Vita Consacrata Secolare e cioè: “Gesù sacerdote” per i preti diocesani; “Maria SS. Annunziata” che è il ramo femminile della consacrazione secolare; “S. Gabriele Arcangelo” riguarda invece la parte maschile della consacrazione secolare; “Santa Famiglia” che è l’istituto riservato alle famiglie. Per arrivare al numero dieci debbo elencare anche l’Associazione di laici detti “Cooperatori Paolini” che si dedicano alla diffusione della buona stampa e furono i primi a “nascere” (anno 1917). Verrebbe da chiedersi: perché tanti Istituzioni? La risposta è semplice: per es­sere presenti in tutti gli strati della società.

Ed ora vorrei passare ad illustrarvi brevemente la fisionomia dell’Istituto Ma­ria SS. Annunziata, di cui io faccio parte.

Fu fondato da don Alberione nel 1958. Ogni volta che fonda un Istituto per lui è come se accogliesse dalle mani di Maria la volontà di Dio e attraverso di lei la realizzazione. E’ quindi   per volontà di Dio che esiste l’Istituto Maria SS. Annunziata; è un dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Con la Costituzione “Provvida Mater” Pio XII ha dato, nel 1947, solenne rico­noscimento agli Istituti Secolari. Don Alberione attinse a questo documento per fondare i quattri Istituti.
“Lo Spirito Santo suscita le vocazioni secondo i bisogni dei tempi. Oggi, oltre alla vita religiosa tradizionale, è vivo il bisogno che la via dei consigli evan­gelici e l’apostolato siano vissuti anche nel mondo, negli ambienti professio­nali,  familiari, parrocchiali “.
Non si tratta di una consacrazione di serie inferiore; è solo un modo diverso di attuazione. In tal modo tutti gli Istituti, che prima ho elencato, hanno una comune origine, hanno un comune spirito, hanno finalità convergenti.

L’Istituto Maria SS. Annunziata ha ottenuto il primo Decreto di approva­zione dalla S. Sede 1′8 aprile 1960. Le sue caratteristiche sono: totale e defini­tiva consacrazione a Dio; apostolato in tutti gli strati sociali; secolarità ossia la perfezione evangelica vissuta nel mondo.
La consacrazione dei membri ha tre requisiti: la chiamata divina riconosciuta da un superiore; la professione dei consigli evangelici; il riconoscimento della Chiesa. Coloro che emettono la professione sono veri membri religiosi, pur vivendo nel mondo, portando il loro abito secolare e facendo l’apostolato ri­chiesto dalle circostanze di tempo e di luogo. Prima di arrivare alla professione perpetua vi è un lungo periodo di formazione che dura circa sette anni con diverse tappe sempre più impegnative. Vi sarà poi la formazione permanente che si scandisce in queste tappe: ritiro mensile, esercizi spirituali, studio per­sonale tramite anche circolari mensili. Come nel corpo ogni membro ha il suo compito, così nella Famiglia Paolina ogni Istituzione ha la sua identità specifi­ca.
Ecco allora la domanda: perché chiamarsi Annunziatine? Ha una ragione questo nome?. Non è a caso. Il fatto della Annunciazione, e quindi della Incar­nazione del Figlio di Dio, è il più grande fatto della storia umana, perché in quel momento inizia la nostra redenzione. Perciò “annunziatine” vuol dire “Stare nel centro della storia e nell’inizio della redenzione” (don Alberione).
Le Annunziatine si pongono così nel cuore della Famiglia Paolina, con la speci­fica missione di essere imitatrici di Maria e testimoni del mistero della An­nunciazione.
Le annunziatine sono così chiamate ad una straordinaria maternità spirituale, ad essere le vergini che donano Gesù alle anime. Tale maternità si rivolge in modo particolare verso i sacerdoti della Società S. Paolo. Il loro apostolato è eucaristico, mariano, paolino, come Maria vergine e madre, nel mondo della catechesi, dei sofferenti, della comunicazione, degli anziani, delle famiglie, dei sacerdoti Sono chiamate ad esprimersi in ogni ambito con cuore di madre. Siamo di fronte a una vocazione di grande attualità, perché intende portare Gesù in tutti gli ambienti con la propria vita e di rendere visibile quel Dio che il mondo vuol rendere invisibile.
L’annunziatina, per il nome che porta, deve avere innata in se stessa la passio­ne per le vocazioni, per tutte le vocazioni. L’apostolato vocazionale è molto importante per questo Istituto. Si tratta di una missione non facile, anzi molto difficile con i tempi che corrono. Più volte ci è stato detto che siamo in trincea, là dove i pericoli sono maggiori. Infatti è più facile cadere nell’ingranaggio del consumismo, della comodità, dello stile di vita della società odierna.
Solo se siamo fedeli ad un serio programma di vita e di preghiera ispirato allo Statuto, riusciamo a vivere la nostra vocazione e ad essere testimoni credibili del Maestro Divino.
E’ per questo che l’Annunziatina, pur vivendo nel mondo e con gli impegni del mondo, mette al centro della sua giornata il rapporto di comunione con il Signore che viene alimentato in alcuni momenti quotidiani di incontro con Lui: la Parola di Dio meditata; l’adorazione eucaristica; la S. Messa; la recita del Rosario; la liturgia delle Ore.
Don Alberione disse: “La nostra parrocchia è il mondo”. Per questo la Fami­glia Paolina abbraccia tutti gli apostolati, senza distinzioni, con particolare rife­rimento a quelli che mettono al centro l’annuncio di Cristo all’uomo, la diffu­sione della Sacra Scrittura, la lettura della Parola e la recita del Rosario nelle famiglie, la partecipazione alla catechesi e alla liturgia, l’impegno nell’ambito della comunicazione sociale per arrivare ai più lontani con la parola, lo scritto, la pellicola, ecc.
I seguaci del Beato Alberione, sparsi in tutte le nazioni del mondo, si fanno promotori di centri di diffusione della buona stampa, incentivano le attività di stazioni televisive a scopo apostolico. In sintesi, trasformano tutti i mezzi che il progresso umano offre e che l’uomo utilizza, in strumenti di evangelizzazione e occasioni di bene.
Papa Paolo VI l’ha definita “Una mirabile Famiglia”. Questo spiega il gesto compiuto dal Papa di fare visita a don Alberione morente, inginocchiandosi accanto al suo letto.

IMSA

Case e chiese di Paolo

Case e chiese di Paolo
 

 

Published by Giacomo Perego,
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James Dunn è attualmente uno degli esponenti di maggior spicco degli studi su san Paolo, nonché fondatore della corrente di studi detta “New Perspective”, termine da lui stesso coniato nel 1983. L’approccio alle Lettere e alla vita dell’Apostolo proposto dalla New Perspective rilegge in modo positivo il rapporto tra Paolo e il giudaismo, colto come preziosa eredità che egli non rigetta ma, anzi, ripropone, allacciandosi all’apertura universale e inclusiva tipica della tradizione profetica d’Israele. Abbiamo incontrato il professor Dunn ad Ariccia, in occasione dell’International Seminar on Saint Paul, per confrontarci in merito all’ecclesiologia dell’Apostolo.

Professor Dunn, ci aiuti a capire “l’architettura comunitaria” del cristianesimo delle origini.

«Probabilmente non è necessario far notare che, quando Paolo parla dei credenti corinzi che “si radunano in chiesa” (1Cor 11,18: en te ekklesía) non s’intendeva la “chiesa” come edificio, ma piuttosto come persone che si radunavano per essere chiesa, come chiesa [giustamente la traduzione CEI e la Nuovissima Versione traducono qui ekklesía con “assemblea”, NdR]. Considerate le connotazioni che più tardi sono venute ad accompagnarsi a “chiesa” (= “edificio”), potrebbe creare meno confusione usare parole come “adunanza”, “riunione”, “incontro”, “assemblea”. Detto ciò, è importante chiedersi: dove si radunavano i primi credenti nelle città della missione egea? E di che sistemazione facevano uso? Apriamo una parentesi: poiché la missione paolina cominciava, di solito, dalle sinagoghe della città in cui l’Apostolo era entrato, è utile notare quanto sappiamo sulle sinagoghe del I secolo nella diaspora occidentale. L’archeologia ha riportato alla luce diversi edifici sinagogali di quest’epoca in Italia, in Grecia e nell’Asia Minore, per esempio, a Ostia, il porto di Roma; a Stobi, in Macedonia; nell’isola egea di Delo; e a Priene, tra Efeso e Mileto. In molti casi, dove vi era una comunità giudaica significativa, venivano allestite come sinagoghe alcune case private»

Quindi anche i primi cristiani, quando si allontanarono dalla sinagoga, cominciarono a incontrarsi presso case private?

«L’archeologia non ha riportato alla luce alcuna struttura identificabile come “chiesa” e databile con sicurezza prima di un secolo o più dopo Paolo. Così dobbiamo supporre che i primi cristiani s’incontrassero o in case private o in locali più grandi, presi in affitto per l’occasione. Nessuna delle nostre fonti indica che la seconda alternativa sia la più realistica: il costo di una prenotazione sarebbe stato di là delle possibilità economiche dei primi piccoli gruppi di credenti. Inoltre, è difficile che le associazioni locali gradissero la presenza di “concorrenza” nei propri ambienti: difficile, ad esempio, che la proprietà di un tempio favorisse un raduno cristiano. La sola, ovvia conclusione è che i primi credenti s’incontrassero come “chiesa” nelle case l’uno dell’altro; e che il membro più ricco e la casa più grande fornissero un luogo regolare per l’incontro della “chiesa intera”, suddivisa in diverse “sotto-comunità”. Questa deduzione è confermata da vari riferimenti alle chiese domestiche presenti nelle lettere di Paolo e dal fatto che l’Apostolo si riferisce a Gaio come “ospite di tutta la comunità [ekklesía]” (Rm 16,23)».

L’archeologia fornisce qualche dato interessante in merito a queste abitazioni?

«Fortunatamente i siti di Ostia, Corinto ed Efeso ci hanno lasciato testimonianze significative, su cui si sta ancora lavorando, che ci forniscono una buona idea delle diverse tipologie di alloggi. L’attenzione degli studiosi è caduta per lo più sulle proprietà dei più agiati, che occupavano la maggior parte di un piccolo isolato all’interno di una rete di strade. Ma in alcuni luoghi – in particolare a Ostia – le rovine si estendono sopra il livello del primo piano e ci forniscono un’immagine migliore di quelli che dovevano essere piccoli appartamenti, o di una sola stanza, nei caseggiati popolari. Nicholas Purcell, nel suo articolo in The Oxford Classical Dictionary, riassume così la situazione: “Nel periodo imperiale, i caseggiati popolari a più piani, che solitamente erano conosciuti con il nome di insulae, davano alloggio a tutta la popolazione, eccettuata una minuscola frazione da Roma e da altre grandi città. Non tutte queste sistemazioni erano di bassa qualità; alcune erano situate in aree piacevoli, alcuni cenacula (appartamenti) erano sufficientemente grandi, quelli ai piani inferiori non erano scomodi… e molte persone di uno status sociale abbastanza elevato non potevano permettersi di meglio”».

Da quanto ci dice, si deve ipotizzare un contesto non particolarmente agiato e nemmeno molto ampio. Questa deduzione è corretta?

«Sì. Poiché la maggior parte dei gruppi di convertiti erano – probabilmente – di bassa estrazione sociale, privi d’istruzione e quindi d’influenza (cfr. 1Cor 1,26), dobbiamo supporre che si trovassero all’estremità inferiore della scala sociale. In altre parole, se le osservazioni di Purcell sono corrette, la maggior parte di loro viveva in caseggiati popolari, forse di diversi piani sopra il terreno. Possiamo presumere che alcuni raduni avessero luogo in questi “appartamenti”, o almeno in quelli più grandi, e vicini al livello della strada. Una “chiesa”, in una simile “casa”, era un piccolo gruppo composto fino a un massimo di dodici persone. Tuttavia, poiché la parola “casa” porta inevitabilmente con sé la connotazione di una proprietà più grande, sarebbe meglio fare riferimento a questi gruppi-cellule come a “chiese- appartamento”. Di nuovo, se Purcell ha ragione, anche i relativamente agiati Aquila e Priscilla non avrebbero potuto permettersi più di un appartamento abbastanza grande, al piano terra, all’interno di un isolato ampio. E la casa di Filemone a Colosse poteva ospitare un certo numero di ospiti, oltre ad alcuni schiavi. Forse, in alcuni casi, è possibile immaginare i cristiani che si radunano dentro abitazioni più spaziose, complete di atrium e sala da pranzo (triclinium), ipotizzando assemblee più grandi, ma “quanto” più grandi è questione dibattuta: le stime migliori arrivano a cinquanta persone».

In questo caso, come potevano radunarsi tutti insieme in una abitazione privata?

«S’ipotizza che, quando la chiesa si radunava per il pasto comune, non tutti fossero ospitati nel triclinium: un fatto che ci aiuterebbe a capire la sistemazione insoddisfacente che Paolo lamenta alla chiesa di Corinto (cfr. 1Cor 11,17-22.33s.). Comunque, le chiese domestiche più antiche dovevano essere abbastanza piccole… potevano ospitare dodici o venti persone. E anche quando “tutta la comunità-chiesa” presente in una città o in un quartiere riusciva a incontrarsi in un solo luogo, il numero dei presenti non doveva superare i quaranta-cinquanta, radunati non necessariamente in una singola stanza. Le dinamiche della vita ecclesiale, quindi, erano determinate anche dallo spazio fisico nel quale i cristiani potevano incontrarsi come chiesa. Ricordiamo che le dinamiche sociali dei piccoli gruppi sono molto diverse da quelle di assemblee con centinaia o persino migliaia di partecipanti come avviene oggi. Pertanto anche la teologia che li accompagna tiene conto di questi fattori molto più di quanto non avvenga di solito. Oggi ci dovremmo preoccupare non tanto che le nostre chiese-comunità sono troppo piccole, ma che sono troppo grandi!».

Colpisce il fatto che Paolo, parlando della Chiesa, utilizzi un’immagine significativa come quella del “corpo” di Cristo (Rm 12,5; 1Cor 12,12.27): dunque qualcosa di vivo, non solo un tempio o un edificio. Secondo lei qual è la portata di questa metafora?

«La metafora del corpo è l’espressione vitale dell’unità di una comunità, nonostante la diversità dei suoi membri. L’immagine della città o dello Stato come un corpo – noi inglesi usiamo ancora l’espressione body politic – era già familiare alla filosofia politica del tempo. L’esempio più conosciuto è il famoso apologo di Menenio Agrippa, a noi riportato da Livio e da Epitteto: il punto essenziale affermatovi è che plebe e patrizi non possono smettere di cooperare gli uni con gli altri. Sarebbe come se gli arti di un corpo rifiutassero di cooperare con l’insieme… i risultati sarebbero disastrosi per entrambi! L’esposizione di Paolo in 1Cor 12,14-26 rievoca le preoccupazioni di quell’apologo. Anche l’assemblea cristiana è un corpo, come lo Stato: funziona solo se i diversi membri agiscono in armoniosa interdipendenza. C’è, però, una significativa differenza rispetto allo Stato: il suo tratto distintivo e identificativo è il fatto di essere corpo di Cristo. Paolo, in altri termini, sposta l’accento all’interno della metafora: l’immagine corporativa della comunità cristiana non è più lo Stato nazionale (l’Israele storico), ma l’assemblea cittadina. L’identità dell’assemblea cristiana come “corpo” non è data dalla collocazione geografica o dalla lealtà politica né da razza, posizione sociale o genere. Essa si fonda nella comune fedeltà a Cristo, espressa visibilmente – non da ultimo – dal battesimo nel suo nome e dalla condivisione sacramentale del suo corpo».

I condomini a Roma, nel I secolo

Nelle sue Satire, il poeta Giovenale ci ha lasciato una vivida testimonianza di quanto fossero comuni gli edifici scadenti a Roma nella seconda metà del I secolo. L’avidità dei proprietari, smaniosi di aumentare il più possibile gli introiti attraverso gli affitti, li spingeva a costruire le abitazioni in fretta e fin troppo alte. Una constatazione molto amara, ma, forse, ancora attuale: «Viviamo in una città puntellata per la maggior parte con supporti e travi inconsistenti: questo è il modo in cui i locatari arrestano il crollo delle loro proprietà, nascondendo crepe gigantesche nell’edificio sgangherato, rassicurando gli affittuari che possono dormire al sicuro, quando per tutto il tempo l’edificio resta in equilibrio come un castello di carta. Preferisco vivere dove incendi e attacchi di panico nel cuore della notte non sono eventi così comuni. Quando il fumo è arrivato fino al vostro appartamento al terzo piano, mentre siete ancora addormentati, il vostro eroico vicino del piano di sotto sta urlando per avere dell’acqua e portare in salvo i suoi stracci. Se l’allarme arriva dal piano terra, l’ultimo ad arrostire sarà l’affittuario del sottotetto, su, tra i piccioni che fanno il nido con nient’altro che le tegole tra lui e il tempo» (Satire III, 193-202).

Da: Paulus

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