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Famiglia Cristiana

ANTICIPAZIONI
LA FAMIGLIA, “RISORSA” IGNORATA DALLA POLITICA


GRANDI ANNUNCI PICCOLI PASSI

Un libro del nostro direttore don Antonio Sciortino indica piste di speranza per la nostra società a partire dalla famiglia. Che va rilanciata con nuove politiche.

La crisi che stiamo attraversando non è solo crisi finanziaria, divenuta poi economica e sociale, con tutti i risvolti drammatici che ne conseguono, soprattutto per i più deboli. È anche, e forse soprattutto, crisi morale e di vocazione delle nostre società occidentali e di quella italiana in particolare. Per questo motivo risulta particolarmente interessante e utile la lettura di La famiglia cristiana, testo ricco e coinvolgente che don Antonio Sciortino offre alla riflessione di tanti che si interrogano sulla rotta per il futuro.

Con piglio giornalistico l’autore ripercorre i grandi problemi del nostro Paese, dal welfare lacerato alle nuove povertà, dall’immigrazione rifiutata allo sviluppo incompiuto, andando a mettere in luce storie, volti e riflessioni lucide e documentate, capaci insieme di mostrare sia il grande affanno di questo momento storico sia elementi di speranza presenti nei differenti contesti.

Soprattutto è lungimirante lo sguardo d’insieme che don Sciortino lancia sui problemi, individuando una chiave di lettura innovativa e capace, a fronte di scelte coraggiose, di far scorgere una via d’uscita alla crisi. In Italia vi è, infatti, una risorsa ampiamente ignorata dalla politica e spesso anche dal sistema mediatico, che potrebbe rivelarsi vincente: la famiglia. In questa chiave possono essere lette tutte le grandi sfide che abbiamo davanti, aprendo prospettive piuttosto interessanti.

Don Antonio Sciortino (foto Vision).
Don Antonio Sciortino (foto Vision).

 

Un cambio di mentalità

Innanzitutto, la famiglia può tornare a essere protagonista ricominciando a scommettere sulla natalità, come sta avvenendo in altri Paesi europei grazie a scelte strategiche in suo sostegno, come il quoziente familiare francese, per esempio. È necessario, però, che cambi la mentalità comune, che ritiene l’essere genitori un “fatto privato”, senza risvolti e utilità per la collettività: quando una famiglia scommette mettendo al mondo un figlio, sta scommettendo non solo per sé stessa, ma nell’interesse di tutti. Quel bambino, troppi lo dimenticano, sosterrà sulle sue spalle non solo i genitori, ma anche tutti gli altri componenti della comunità.

Ancora: la famiglia è il luogo primario di socialità e di relazione. Ecco perché è giusto, e “conviene”, sostenerla nel suo sforzo educativo, rispettarla come corpo sociale autonomo, valorizzarla nella sua capacità di assumere scelte autonome. Oggi non è così: è l’individuo portatore di diritti, non la famiglia, e spesso essa neppure è tenuta in considerazione, come nel caso del fisco.

Solo interventi “spot”

A lei ci si appella quando vi sono emergenze, come nella crisi attuale, facendola divenire ammortizzatore sociale per ogni problema, rendendo le pensioni dei nonni doti per i nipoti, i beni ereditari garanzia per i mutui dei figli e via di seguito. Ma nulla si fa per aiutarla quando è sotto stress, quando deve accudire figli piccoli e genitori anziani, quando ha al suo interno un disabile, quando la disoccupazione o lo sfratto bussa alla sua porta. Si pensa solo a interventi “spot”, come il bonus famiglia (che, peraltro, ben poche ne aiuta, di vere famiglie…), mentre si escludono interventi strutturali.

Con gli occhi della famiglia anche l’immigrazione assume forme nuove e ricche di speranza. Quando si costituisce o si riunisce una famiglia, si aprono nuove opportunità per tutti i suoi componenti: gli stranieri si integrano nella società, alla quale contribuiscono con il loro lavoro in misura assai maggiore se la mediazione culturale è operata da un bambino. Eppure, anche in questo caso, ci si scontra con la miopia politica che cerca di impedire i matrimoni, ostacola i ricongiungimenti, pone mille problemi burocratici a chi vuole stabilizzarsi, trovar casa, avviare un’attività.

Anche nel mondo del lavoro le cose potrebbero cambiare in meglio, se si assumesse un’ottica più attenta alla famiglia. La tanto decantata flessibilità può essere resa “sostenibile” dalle famiglie, a patto che si abbia a cuore la tenuta della coesione sociale e non il solo profitto. Part-time, permessi per i genitori, flessibilità oraria, con misure atte a consentire ai giovani di accedere a mutui e aver garanzia di continuità di reddito, sono tutte strade percorribili, sulle quali si è avviata già da tempo la maggior parte dei Paesi europei. Noi continuiamo a tergiversare, ad avanzare a grandi annunci e piccoli passi. Senza mai invertire veramente la rotta verso una seria e organica politica per famiglie.

Andrea Olivero

Da:  FC

L’Uomo è per il sacro

L’uomo è per il sacro
il sacro è per l’uomo

di Sandra Mazzolini

I flussi migratori comportano il contatto di mondi culturali e religiosi diversi. Spesso la mancata conoscenza delle credenze altrui genera ostilità. Ecco perché vanno esplorati i testi sacri delle varie fedi. A partire dalla “nostra” Bibbia.

La peculiarità della tradizione biblica è data dal fatto che essa è correlata con l’autorivelazione di Dio, in una storia dell’alleanza che ha il suo punto di avvio nell’opera creazionale del Dio Unitrino e il suo punto di compimento nell’evento Gesù Cristo.

L’odierna mobilità umana incide sulle relazioni all’interno di una stessa nazione, ingenerando problemi, aspettative, timori e non raramente anche pregiudizi. Problematizza reti relazionali già assodate, implicate e configurate dalla condivisione di una medesima storia. Il tema della mobilità umana è oggetto di dialoghi, discussioni, convegni, seminari; anche le pagine della cronaca ne sono pervase, mettendo non raramente in luce gli aspetti negativi di un’alterità percepita come minaccia, che giustificherebbe l’assunzione anche parossistica di atteggiamenti e di prese di posizione difensive.

Le questioni problematiche messe sul tappeto dagli odierni flussi migratori richiedono risposte non estemporanee, elaborate nei Paesi sia di provenienza sia di arrivo, a proposito del come, perché, chi, dove, quando accogliere. Se è vero che la mobilità umana, sulle cui radici occorrerebbe porre una maggiore e oggettiva attenzione, può coprire anche traffici illeciti di cose e di persone e introdurre dinamiche e forme di illegalità nel Paese di arrivo, dalle quali ogni Stato ha il diritto-dovere di difendersi tutelando i propri cittadini, essa non può essere ricondotta soltanto a questo. La storia è maestra: in più momenti, l’incontro a vari livelli tra culture diverse ha comportato un arricchimento reciproco, dal quale hanno avuto origine ulteriori e significativi sviluppi.

Gli odierni flussi migratori presentano caratteristiche peculiari, tra le quali non secondario è il fatto che molti dei migranti appartengono a tradizioni religiose differenti da quella cristiana. I medesimi spazi sociali (lavoro, scuola, condomini, ecc.) sono abitati da persone i cui mondi culturali e religiosi di riferimento sono assolutamente diversi. Non infrequentemente la diffusa ignoranza o non conoscenza di tali mondi ingenera indifferenza e ostilità, dalle quali è necessario sortire per più motivi. L’inserto monografico di questo numero della rivista vuole offrire un piccolo contributo in tal senso. Le diverse tradizioni religiose sono parte integrante delle culture umane – il termine “cultura” è assunto qui in senso antropologico e sociale (cfr. GS 53) – che contribuiscono a modellare, in quanto costituiscono indubbiamente un orizzonte simbolico di riferimento, codificato in modo peculiare in specifici testi. Gli autori dei contributi dell’inserto sono degli specialisti in materia, che svolgono un’attività di docenza e di studio presso la Facoltà di missiologia della Pontificia Università Urbaniana di Roma, che da qualche anno ha istituito nel corso di licenza una specializzazione in “Missione e religioni” (cfr. www.urbaniana.edu).

La prospettiva comune degli articoli è l’attenzione sul processo redazionale dei testi religiosi. A rapidi tratti, sono messe in luce le fasi salienti di tale redazione, il cui sviluppo parte da tradizioni orali pregresse, sostanzialmente fondate nell’insegnamento di significativi personaggi storici di riferimento, talvolta anonimi, talvolta conosciuti in modo incerto, data la frammentarietà dei dati storici a disposizione, talvolta maggiormente conosciuti. La peculiarità della tradizione biblica è data dal fatto che essa è correlata con l’autorivelazione di Dio, in una storia dell’alleanza che ha il suo punto di avvio nell’opera creazionale del Dio Unitrino e il suo punto di compimento nell’evento Gesù Cristo. La categoria biblica della “rivelazione” non appare immediatamente e nel medesimo senso applicabile a tutte le tradizioni religiose; così quella di “ispirazione”, che mette in luce anche l’apporto umano nella scrittura di una parola che, in vari modi e prospettive, rimanda al sacro genericamente inteso o, in senso più specifico, a Dio. Il processo redazionale è accompagnato quasi sempre dalla ricerca di fissare un canone scritturistico, che garantisca tra l’altro l’autenticità dei contenuti trasmessi; a volte, poi, si opera una distinzione tra ciò che, per analogia, è considerato “rivelato” e ciò che appartiene alla tradizione successiva.

Tale distinzione, che in prospettiva ermeneutica pare fruttuosa, potrebbe favorire processi dialogici, evitando lo scoglio dell’integralismo. Nel contempo, essa getta luce sull’inevitabile fatto – corrispondente per così dire a una logica incarnazionistica – che ciascun testo sacro si correla intrinsecamente con il contesto della sua origine e del suo sviluppo redazionale, che ne configura scrittura e prospettive. Soltanto pregiudizialmente tale considerazione, confermata da un’attenta esegesi testuale, può essere compresa nel senso di ritenere i testi religiosi come mero frutto del pensiero-desiderio umano; essi infatti costituiscono un orizzonte simbolico e un codice valoriale di riferimento, nella prospettiva del condiviso riconoscimento che il senso ultimativo della vita – non soltanto umana – trascende la storia e il singolo individuo, in quanto correlato con il sacro o con Dio. Speculare alla “rivelazione teologica” è quella “antropologica”, messa in luce anche dal profilo etico dei testi, allusivo del fatto che la comprensione dell’identità umana e la sua realizzazione si giocano in un’articolata rete di relazioni: con Dio, con se stessi, con gli altri, con il mondo.

Sandra Mazzolini
Professore consociato – Facoltà di missiologia – Pont. Università Urbaniana

 

Da: Letture on line

 

 

 

Dalle parole al dialogo

Atteggiamento di indifferenza

Atteggiamento di empatia

 

Questa coppia di atteggiamenti commisura la vicinanza emotiva che gli interlocutori esprimono dialogando. I sinonimi ci aiutano a scoprire pienamente il loro significato.

I  sinonimi di indifferenza sono: freddezza, impassibilità, neutralità; lontano, assente, burocrate.

I sinonimi di empatia sono: comprensione, attenzione, coinvolgimento, interessamento, discorso centrato sul tu (Rogers)

Non può esserci dialogo profondamente umano quando si avverte disinteresse in coloro che ascoltano. Di fronte ad un ascolto indifferente la comunicazione non può che spegnersi. Colui che parla sente che la sua situazione per quanto drammatica e i suoi sentimenti per quanto dolorosi non significano nulla. Il suo inter­locutore sente, ma non sente; ode, ma non ascolta. È una relazione io-esso, non io-tu. E’ l’atteggiamento del burocrate che parla a te, non con te; mentre risponde continua a fare altro; non ti guarda e ha piacere che tu ti renda conto che non ti guarda e che non conti nul­la per lui.

L’atteggiamento di indifferenza si può considera­re come ignorare; ignorare è peggio che disapprovare. Tutti conosciamo il senso di malessere che si avverte quando si è ignorati; non è soltanto l’amarezza di co­statare che ciò che si dice non viene preso in considera­zione; ma è la sensazione indistinta di essere rifiutati, quasi di essere di troppo. Il comportamento dell’igno­rare frustra uno dei bisogni fondamentali della perso­na: quello di vedersi riconosciuti come valore e di rice­vere considerazione per il fatto stesso di essere persona.

L’empatia è la capacità di lasciarsi coinvolgere nel mondo emozionale altrui e di prenderlo in considera­zione; la persona empatica è quella che sa soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce; ha la singolare dote della comprensione; comprendere una persona signifi­ca mettersi dal suo angolo visuale per capire le cose co­me le capisce lei, adottare i suoi schemi mentali, ragio­nare partendo dalle sue premesse.

Comprendere è immergersi nel mondo interiore al­trui, partecipare alle sue esperienze ascoltando le sue motivazioni nel silenzio delle proprie, è raccogliere e ac­cogliere in noi l’interiorità altrui e viverla insieme al­meno per un poco. È l’incontro di due esistenze cari­che delle proprie vicende umane.

Comprendere una persona non significa condivi­dere le sue idee o approvare le sue decisioni, ma ren­dersi conto che, nel suo quadro mentale, esse hanno una loro coerenza e una loro legittimità.

 

Comprendere è ben al di là del conoscere e del ca­pire; la persona empatica è proprio quella che ha com­piuto il cammino dal conoscere al comprendere; sa leg­gere nell’animo mentre ascolta le parole; ci mette qual­cosa di più che sguardo e udito: il cuore. Nella lettura del vissuto umano gli occhi non bastano; bisogna an­dare al di là. L’incontro di due persone è sempre in­contro di sguardi; ma nello sguardo ci può essere an­che soltanto lavoro di cervello.

« Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è in­visibile agli occhi. Ecco il mio segreto. È molto sempli­ce. Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Tu non dimenticarla mai »’. È il segreto che la volpe rivela al piccolo principe venuto sulla terra da un pianeta lonta­no per ricompensarlo dell’amicizia che le ha donato; lo racconta Saint-Éxupéry in quel suo capolavoro lettera­rio e umano intitolato appunto Il piccolo Principe.

Quegli occhi che non riescono a penetrare nell’es­senziale sono quelli della ragione, sono 1′esprit de géo­métrie di Pascal, quel conoscere matematico che rac­coglie e cataloga dati, rivela costanti, esige e offre di­mostrazioni e verifiche, fonda la scienza.

Ma per penetrare nell’intimo della persona, nell’u­inverso dei suoi pensieri, paure, incoerenze, stanchez­re, desideri, rimorsi… il modello conoscitivo scientifi­co è impotente; occorre un approccio di altro tipo, un altro strumento di conoscenza: 1′esprit de finesse, 1′in­tuizione del cuore, tanto facile da capire quanto diffi­cile da definire. L’intuizione è un momento colorato del conoscere. Per lo studio dell’umano la ragione da sola è inadeguata; occorrono testa e cuore insieme, quello che Binswanger chiama il pensiero amorevole. Leggiamo tra i Pensieri di Pascal:

 

Noi conosciamo la verità non soltanto con la ragio­ne, ma anche con il cuore (…) e invano il ragionamen­to, che non vi ha parte, cerca d’impugnarne la certezza (…). Noi, pur essendo incapaci di darne giustificazione razionale, sappiamo di non sognare; e quell’incapacità serve solo a dimostrare la debolezza della nostra ragio­ne e non l’incertezza di tutte le nostre conoscenze (…).

Ed è inutile e ridicolo che la ragione domandi al cuo­re prove dei suoi primi principi, per darvi il proprio as­senso, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimostra, per indursi ad accettarle.

Questa impotenza deve dunque servire solamente a umiliare la ragione che vorrebbe tutto giudicare, e non a impugnare la nostra certezza, come se solo la ragione fosse capace d’istruirci. Piacesse a Dio che, all’oppo­sto, noi non ne avessimo mai bisogno e conoscessimo ogni cosa per istinto e sentimento! Ma la natura ci ha ricusato un tal dono!

II cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce: lo si osserva in mille cose.

Vi sono persone che hanno una specie di propen­sione innata per ciò che è umano e per gli stati d’animo dell’uomo.

Gordon Allport (1897-1968), noto psicologo ame­ricano, studioso in particolare della personalità, in un suo trattato di psicologia scrive:

Alcune persone sembrano per natura interessarsi al significato degli stati soggettivi, sentimenti, fantasie, de­sideri e significati interiori. Sono particolarmente sensibili alle altrui sfumature della motivazione, del con­flitto, della sofferenza (…); tendono sempre a conside­rare la natura in termini umani (…); nella loro natura c’è una passione per il soggettivo; sono psicologi nati nel senso in cui noi applichiamo tale definizione a Sha­kespeare o a Dostoevskij ‘°.

Colui che parla in clima empatico non soltanto è ascoltato, ma si sente ascoltato; viene così soddisfatto il suo bisogno di sentirsi considerato e di ricevere ma­nifestazioni d’attenzione.

Si aggiunga che, per la legge della reciprocità dei sentimenti, la considerazione positiva ricevuta viene ri­cambiata ed entrambi gl’interlocutori ricevono gratifi­cazione dall’incontro. L’empatia, più di qualsiasi altro atteggiamento positivo, converte il parlare in un vero dialogo, e in definitiva trasforma il mondo degli esseri umani in un mondo di relazioni vive.

Da: Dalle parole al dialogo

Quaresima

Quaresima, per amore o per forza?

di ENZO BIANCHI

Tra i doni più preziosi lasciatici dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – la prima a essere promulgata dal Vaticano II, tempo di grazia per la Chiesa indetto proprio cinquant’anni fa – vi è la ricollocazione del tempo di Quaresima nella tradizione della Chiesa primitiva. Ora, due sono gli elementi che hanno caratterizzato questo tempo liturgico a partire dal IV secolo, quando si è strutturato attorno ai quaranta giorni precedenti la Pasqua: la dimensione di preparazione al battesimo per i catecumeni e quella di penitenza per i peccatori chiamati a conversione.

Così recita quel testo, mai troppo citato: «Il duplice carattere del tempo quaresimale che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione del battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la dedizione alla preghiera, sia posto in maggiore evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica» (SC 109). Sono dimensioni quanto mai fondamentali per una vita cristiana adulta che si confronta con l’oggi della storia, in una società secolarizzata in cui si fatica a testimoniare e discernere la differenza cristiana.

Il tempo quaresimale, in questo, è davvero “il tempo favorevole”, l’occasione propizia affinché non solo i catecumeni adulti si preparino a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma ogni fedele faccia memoria del proprio battesimo e rinnovi attraverso la penitenza il movimento di ritorno a Dio nella libertà e per amore. Se infatti il venir meno di un contesto sociale segnato dalla cristianità ha comportato una diminuzione della pratica cristiana da parte di quanti la vivevano per abitudine o addirittura per obbligo, oggi chi avverte con forza l’istanza di conversione che la Quaresima richiama vi può rispondere in piena consapevolezza, libero da condizionamenti: si tratta di rifiutare gli idoli seducenti, di tentare un allontanamento dal cattivo operare per una rinnovata fedeltà all’unico Signore vivente e vero. Gli strumenti che rendono il cammino quaresimale un percorso di liberazione segnato dall’amore sono anch’essi sapientemente ricordati dal Concilio: «L’ascolto più frequente della parola di Dio», «la preghiera più intensa», «una penitenza quaresimale che non sia soltanto interna e individuale ma anche esterna e sociale», «il digiuno», «in modo da giungere così, con animo sollevato e aperto, alla gioia della domenica di Risurrezione» (SC 109-110).

La conversione, allora, sarà un ritorno nutrito e sostenuto da una rinnovata assiduità alla parola di Dio contenuta nelle Scritture: lì è Dio che rinnova costantemente, attraverso i suoi profeti, l’appello alla conversione. Non dimentichiamo che il Vangelo stesso si apre con l’invito di Giovanni il Battista e di Gesù: «Convertitevi e credete al vangelo!» (Mc 1,15; cf Mt 4,17). È quindi, anche per noi oggi, sempre tempo di conversione perché sempre, nonostante la vita di fede e il nutrimento sacramentale, gli idoli seducenti ci allontanano da Dio, ci inducono a dimenticare il Vangelo, a contraddire la volontà di Dio che ci vuole liberi da ogni seduzione idolatrica: sempre l’itinerario cristiano ha bisogno di “correzioni di rotta” perché sempre Satana, il divisore, ci distoglie dal cammino intrapreso. Peccato e conversione sono coesistenti in noi: siamo sempre cristiani peccatori bisognosi di conversione, di ritornare al Padre nella sequela di Gesù, venuto proprio per i malati e i peccatori (cf Lc 15,7).

Ora, questa conversione – e la penitenza che rende manifesto ciò che dimora nel cuore dell’uomo – non è un mutamento solo intellettuale, un cambiare mentalità, ma è anche un modificare le abitudini di vita, un impegno pratico, “esterno e sociale” come ricorda il Concilio: diventa un comportamento diverso da quello del mondo, un atteggiamento conforme ai sentimenti di Cristo. Si tratta davvero di acquisire lo sguardo di Dio sulla realtà che ci circonda, come ammonisce san Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Questo rende possibile anche cogliere il bisogno dell’altro, la sofferenza del debole, il grido dell’oppresso, la solitudine dell’emarginato: farsi prossimo di chi è in difficoltà diviene allora la via regale per tornare a Dio con tutto il cuore e predisporsi così a celebrare degnamente la Pasqua di risurrezione, avendola attesa «con la gioia dello Spirito Santo [...] e con l’animo ardente di gioioso desiderio» (Regula Benedicti 49,6-7). «Dolorosa gioia» chiamavano i Padri la Quaresima: sì, se sappiamo viverla nutrendo gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf Fil 2,5), allora la nostra sarà una Quaresima vissuta non per forza ma per amore, nella potenza trasfigurante dell’amore.

Enzo Bianchi

Da: Vita Pastorale


   

 

I Libri della Fede

Memoria e storia della nostra fede
di Stella Morra

«È la memoria una distesa di campi assopiti e i ricordi in essa chiomati di nebbia e di sole.
Respira una pianura rotta solo dagli eguali ciuffi di sterpi: in essa unico albero verde la mia serenità».

David Maria Turoldo

Io non ho mani

Strana capacità la memoria: consente di ricordare, ma anche sceglie e dimentica, ci lascia rasserenati come un unico albero verde in una piana nebbiosa, ma a volte ci inquieta e ci agita rendendoci incapaci di lasciar cadere, di liberarci. Ci offre distanza, e dunque calma gli ardori, ma a volte ci offre anche rimpianto o rancore, che nutrono le braci e non lasciano che il fuoco si spenga. Per questo non possiamo ignorare la memoria, ci tocca guardarla in volto, quando è dolorosa come quando è quieta; infatti, ciò che non è ricordato è destinato a essere ripetuto.

Per questo vorremmo proporre diversi esercizi di memoria intorno alla nostra fede, dolorosi o lievi, che ci indichino i tanti metodi con cui è possibile ricordare e dimenticare, ma soprattutto pacificare.

Il primo è un testo che va direttamente ed esplicitamente alla questione: Giuseppe Platone (a cura di), Roghi della fede. Verso una riconciliazione delle memorie, Claudiana, 2008, pagg. 224, euro 17,00. Nel 1397, nella cittadina di Steyr, in Austria, l’Inquisizione condannò al rogo un centinaio di valdesi che avevano rifiutato di abiurare la loro fede; seicento anni dopo un monumento ricorda l’eccidio e, nel 2005, un analogo monumento viene inaugurato in Piemonte a cura di un gruppo ecumenico per riconciliare la memoria di quell’evento. Il libro raccoglie la storia e le riflessioni teologiche sui due fatti: sul rogo e sul gesto riconciliatore, una storia dalla parte di coloro che la Storia ha considerato vinti e sconfitti, ma che una volta tanto sono stati riconosciuti e onorati seppure secoli dopo.

Saperi e poteri

Il secondo libro di cui vorremmo parlare è: Sofia Boesch Gajano ed Enzo Pace, Donne tra saperi e poteri nella storia delle religioni, Morcelliana, 2008, pagg. 512, euro 32,00. A partire dalla relazione maschile-femminile nel confronto fra religioni, il libro sceglie un campo di indagine specifico (e doloroso!), quello della correlazione tra poteri e saperi; il metodo compara e utilizza diverse discipline: ci viene mostrato come si sperimenti una diversa trasmissione dei saperi tra uomini e donne, e dunque come si giunga a una diversa conoscenza della realtà e a un diverso esercizio dei poteri, ma anche a diverse pratiche spirituali e comportamenti, all’interno come all’esterno delle istituzioni ufficiali sia delle religioni monoteiste come delle religioni antiche, orientali, africane e afroamericane.

Un esercizio di storia delle donne, memoria di genere, che si fa e diventa storia degli uomini e delle donne e delle loro relazioni, un esercizio che dal ricordo di complementarietà e conflitti, esposti senza partigianeria, ma nella chiara consapevolezza di una parzialità, offre una base per la odierna consapevolezza delle religioni.

Doppio Rahner

Il terzo testo, come anche il quarto, si presentano come un esercizio di memoria perché ci ripropongono due testi (uno alla sua IV edizione rivista, l’altro mai tradotto prima in italiano, sebbene scritto nel 1967) che possono già essere considerati dei piccoli “classici” della migliore teologia degli anni conciliari. Va segnalato che fanno parte, come anche l’ultimo libro di cui parleremo, di una pregevole collana dell’editrice Morcelliana (”Teologia. Nuova serie”) che ripropone testi e saggi brevi, in versione economica, che solo la loro vicinanza storica ci trattiene dal definire, appunto, classici; testi che hanno autorevolmente qualificato il dibattito trenta o quaranta anni fa e che sembravano spariti, come testi e come temi. Ci sembra invece davvero fecondo rileggerli oggi, nella loro pacata serietà e semplicità, se non altro per misurarne la distanza dai dibattiti odierni (curioso davvero rileggere il testo a due mani, Karl Rahner e Joseph Ratzinger, sul problema del rapporto tra episcopato e primato! Vedi: Episcopato e primato, Morcelliana, 2007, pagg. 192, euro 14,00).

Ma torniamo al testo: Karl Rahner, Sulla teologia della morte, traduzione di Lydia Marinconz, Morcelliana, 2008, pagg. 144, euro 12,00; si tratta di una nuova edizione dell’opera uscita in prima edizione tedesca nel 1958, con l’aggiunta di un piccolo inedito di Rahner che rilegge e commenta se stesso.

Considerando la morte nella sua realtà dialettica e nella sua natura «velata», egli pone radicalmente in discussione la definizione usuale della morte come «separazione dell’anima dal corpo» e, per superarne l’inaccettabile dualismo, propone la tesi della «pancosmicità dell’anima». Originali sono le sue considerazioni sull’aspetto personale della morte come fine dello status viatoris, come unità dialettica di azione e passione, come realtà che pone in relazione tempo ed eternità e finisce con riflessioni di sorprendente finezza sul rapporto tra morte e peccato e sulla possibilità del «con-morire con Cristo».

L’altro testo, per la prima volta presentato in italiano, è: Karl Rahner, La gerarchia nella Chiesa. Commento al capitolo III di Lumen Gentium, a cura e con introduzione di Giacomo Canobbio, traduzione di Giulio Colombi, Morcelliana, 2008, pagg. 96, euro 10,00. Si tratta di un commento scritto da uno dei protagonisti stessi della discussione che ha prodotto la Lumen Gentium: Karl Rahner era infatti uno dei periti maggiormente influenti al Concilio, attraverso i suggerimenti che forniva ai vescovi tedeschi. Nel fervido clima della discussione postconciliare circa l’episcopato, Ranher commenta puntualmente il testo con un’attenzione precisa al dettato materiale della Costituzione: ci viene così offerto (con il testo latino e la versione italiana a fronte) un apparato di note meticolose che ci ricordano (ancora la memoria!) quanto sia importante capire, a fondo, fino alle sfumature, un testo frutto di un faticoso e fecondo lavorio di redazione.

Una preziosa sintesi

L’ultimo libro di cui vogliamo parlare, sempre dalla stessa collana, è: Rosino Gibellini, Breve storia della teologia del XX secolo, Morcelliana, 2008, pagg. 184, euro 14,00. Si tratta di una piccola opera davvero preziosa: l’autore è noto in Italia per aver curato alcuni degli sguardi sintetici sulla storia e sulle figure della teologia contemporanea, sui nodi problematici e sulle voci più significative, tra i più completi, curati e utili; nel corso della sua vita ha incontrato e intervistato quasi tutti maggiori protagonisti del panorama contemporaneo e ha saputo presentarli al pubblico italiano, spesso non troppo preparato a comprendere questi dibattiti. Ora, in questo libro, ci viene offerta una sintesi alla portata davvero di tutti, anche per la sua brevità, che ci offre una ricostruzione chiara ed essenziale del pensiero cristiano nei suoi molteplici volti, attenta a far emergere le continuità di lungo periodo e le fratture che ne hanno segnato la storia nel ’900.

Di fronte a quello che oggi si chiama “il conflitto delle interpretazioni”, conflitto che rischia di scandalizzarci, siamo chiamati a guardare la storia della teologia con la distanza che ci fa ricordare che la comunità cristiana, diffusa nel mondo, è una comunità che pensa, per capire e per interpretare la vita, per comunicare e per agire, per farsi solidale con il proprio tempo, e questo necessita che nessuno si sottragga alla fatica della propria parzialità. Ancora un esercizio di memoria dunque.

Forme e luoghi diversi con cui ricordare, per non essere condannati a ripetere semplicemente se stessi.

Stella Morra
da: Letture

Roma. Video promozionale di presentazione della nuova Bibbia Via Verità e Vita. L’impostazione della presente “nuova edizione” della Bibbia CEI (Conferenza Episcopale d’Italia)  nasce nel solco del lungo apostolato della Società San Paolo e della Famiglia Paolina, caratterizzato no solo dalla diffusione del testo, ma anche dall’offerta di commenti destinati a favorirne la comprensione e l’accostamento alla vita.

Il Beato Giacomo Alberione, Apostolo della comunicazione sociale e Fondatore della Famiglia Paolina, ribadiva sempre due aspetti nelle edizioni della Bibbia: il carattere pastorale e la peculiarità di un commento destinato a raggiungere la mente (verità), la volontà (via) e il cuore (vita) dei destinatari. È questo il trinomio (vedi Gv. 14,6) che fa da sfondo all’intero commento di questa nuova edizione della Bibbia: note esegetiche (verità), note teologico-pastorali (via) e note liturgiche (vita) con l’obiettivo di “portare gli uomini a Dio, prendendoli come e dove sono”.

In tutte le librerie “San Paolo” e “Paoline” d’Italia dal’1 febbraio 2009. 

da: Società San Paolo

 

Dossier  San Paolo nella vita quotidiana

Il ruolo della donna

a “misoginia” di Paolo ha dei fondamenti?

di MARINELLA PERRONI

Pur se la sua educazione farisaica non era tenera verso le donne, oggi si tende a ribaltare il giudizio di “misoginia” che è stato incollato all’Apostolo. In realtà egli le apprezzò e le utilizzò per l’apostolato.
  

Nell’udienza generale del 14 febbraio 2007 Benedetto XVI menzionò, tra le altre donne che hanno giocato un ruolo importante nella primitiva missione cristiana, una certa “Febe”, qualificata come diákonos della Chiesa di Cencre, la cittadina portuale a est di Corinto (cf Rm 16,1-2). Benché il titolo in quel tempo non avesse ancora uno specifico valore ministeriale di tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana. Paolo raccomanda di riceverla cordialmente e di assisterla «in qualunque cosa abbia bisogno», poi aggiunge: «Essa infatti ha protetto molti, anche me stesso».
Le parole del Papa mostrano un grande rispetto per il testo, cioè per il pensiero di Paolo. Non così, purtroppo, la nuova traduzione della Bibbia che sostituisce il vecchio (e orribile!) “diaconessa” con il più generico «che è a servizio della Chiesa di Cencre», confinando solo in nota l’idea che possa trattarsi di un vero e proprio esercizio di responsabilità. Così, Febe diviene la patrona silenziosa delle infinite donne che hanno mandato avanti le parrocchie sbrigando tanti e svariati servizietti! La domanda si impone: chi è più misogino, Paolo o alcuni dei suoi solerti interpreti? Un piccolo esempio, questo, di quanto sarebbe bene giudicare l’atteggiamento di Paolo nei confronti delle donne con grande cautela.

Paolo e le donne

La tradizione che attesta la misoginia di Paolo è lunga e compatta e non deve stupire che le esegete femministe, all’inizio, abbiano attribuito proprio a Paolo la plurisecolare esclusione delle donne dalla partecipazione attiva alla vita delle Chiese. Non c’è dubbio che il divieto a prendere la parola nelle assemblee di 1Cor 14,34s, il monito a indossare il velo come segno di subordinazione (1Cor 11,4-10.13-16), l’esortazione a rispettare una subordinazione creaturale voluta da Dio stesso (1Cor 11,3.11-12) o a sottomettersi ai propri mariti (Ef 5,22-24) hanno fortemente improntato la successiva tradizione perché hanno fornito saldo fondamento apostolico a una prassi ecclesiale progressivamente sempre più discriminatoria.

Un’esegesi attenta di questi passi incriminati e, soprattutto, del contesto letterario in cui si trovano e delle situazioni storiche cui si riferiscono ha smorzato notevolmente la loro carica misogina e ha dato ancora maggior risalto all’uso tendenzioso e intimidatorio che è stato fatto, invece, di essi. Sganciati dal loro contesto e, soprattutto, collezionati insieme come attestazione della concezione paolina delle donne, questi testi si rivelano invece del tutto disomogenei rispetto all’insieme del pensiero dell’Apostolo e, soprattutto, al suo intento e alla sua pratica missionari.

D’altra parte, i pochi decenni che separano la composizione della grande paolina da quella della prima lettera di Clemente, indirizzate entrambe alla comunità cristiana di Roma, segnalano che in un lasso di tempo molto breve un processo di clericalizzazione e di gerarchizzazione ha trasformato radicalmente il volto della Chiesa di Roma. Un processo che ha portato alla marginalizzazione delle donne.

Se mai esse sono state escluse dalla partecipazione alla salvezza e, quindi, dai sacramenti, molto presto hanno invece visto negata ogni possibilità di esercizio di responsabilità apostolica o ecclesiale. Possiamo attribuire a Paolo una responsabilità diretta in questo rapido quanto inquietante processo di emarginazione ecclesiale delle donne? Basta ribaltare il punto di osservazione per rendersi conto che l’accusa di misoginia nei confronti di Paolo è tutt’altro che fondata.

Le donne di Paolo

Ribaltare la prospettiva significa partire dalla considerazione in cui Paolo tiene le donne cristiane con cui ha condiviso impegno missionario, preoccupazione apostolica e responsabilità ecclesiale. Al riguardo, tanto gli Atti degli Apostoli che l’epistolario paolino ci consentono di tracciare un quadro di grande interesse. Fin dal primo momento, d’altro canto, Paolo è venuto a contatto con un cristianesimo che non conosceva alcuna discriminazione a partire dal sesso, dato che sono stati oggetto della persecuzione sia uomini che donne che avevano aderito alla fede in Gesù (At 9,2).

La sua predicazione si è rivolta alle donne e, tra loro, ha conosciuto un grande successo (At 17,4.12.34) ed egli ha avuto a che fare con figure femminili autorevoli a capo di comunità cristiane locali come, per esempio, Lidia (At 16,14-15.46) o Prisca che, con suo marito Aquila, ospitava i raduni delle comunità cristiane nelle diverse città in cui si trovavano a risiedere (At 18,1.26s).

Non sappiamo se per lui, fariseo ed educato nell’osservanza della legge (Fil 3,3-6), sia stato facile accettare una fede che non prevedeva discriminazioni né teologiche, né rituali nei confronti delle donne. La caratteristica più specifica della sua teologia, cioè l’universalismo della salvezza operata da Cristo attraverso la sua morte e risurrezione, non poteva certo coniugarsi con l’esclusione delle donne dalla partecipazione alla salvezza. Per questo in Gal 3,26-28 l’apostolo fa propria un’antica formula battesimale che riflette appieno il carattere totalmente inclusivo della fede in Gesù in cui si compie la promessa altrettanto inclusiva di Dio ad Abramo.

Apostole come Giunia, che Paolo conosce all’opera durante la sua missione, o come Maria, Trifena e Trifosa, che incoraggia nella loro fatica apostolica nei confronti della comunità di Roma, missionarie come Prisca, diacone come Febe, sono donne che Paolo menziona con rispetto alla fine della lettera ai Romani (16,1-16). Sono donne che Paolo ha incontrato, con cui ha collaborato, che lo hanno aiutato. Poteva una predicazione che rifiutava ogni forma di razzismo essere misogina? Il suo ricordo delle tante donne che, prima di lui e insieme a lui, hanno diffuso l’Evangelo e fondato le comunità dei discepoli di Gesù è la risposta più chiara ed efficace a questo interrogativo.

 

 

 

 

Marinella Perroni

docente di Nuovo Testamento al Pontificio ateneo S. Anselmo
da: Vita Pastorale

 

 

 

santagiustaSanta Giusta (Italia). In occasione della Festa della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio, nel contesto dell’Anno Paolino, la Parrocchia di Santa Giusta, insieme alla Società San Paolo presente sul territorio, dà vita alla singolare iniziativa della lettura integrale a puntate delle epistole di san Paolo (13 lettere) sostenuta anche da brani musicali sacri di vari artisti, che si terrà ogni venerdì alle ore 21 nella Cripta della Basilica, con inizio il 23 gennaio.

Tale iniziativa sarà accompagnata da una riflessione tenuta dal paolino don Mario Conti sulla vita e la missione di San Paolo, programmata per il 21 gennaio alle ore 18,00 nel salone parrocchiale, dove verrà allestita anche la Mostra su san Paolo.

È questa un’occasione offerta a tutta la comunità e a chi desidera conoscere meglio la figura e l’opera del grande Apostolo delle genti.

INVITO ALLA CELEBRAZIONE DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO:santagiusta1

In occasione della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio 2009 la Società San Paolo e la Famiglia Paolina presente nel Territorio di Oristano, celebrerà l’Eucaristia nella Cappella della Casa Paolina di Santa Giusta, alle ore 16,30 presieduta del Vicario Generale dell’Arcidiocesi Arborense, Mons. Umberto Lai.

Siamo lieti di avere la vostra presenza per vivere un’esperienza di comunione attorno alla figura del grande Apostolo delle genti. Seguirà un momento di fraternità.

Anno Paolino

Paolo, Un Uomo in Cammino

Con il Giornalino, settimanale per ragazzi dei Periodici San Paolo, in occasione dell’Anno Paolino lo speciale Conoscere insieme: PAOLO, UN UOMO IN CAMMINO con le illustrazioni di Sergio Toppi.

paolo_cammino2In occasione dell’Anno Paolino indetto da Benedetto XVI per la celebrazione del bimillennario della nascita dell’apostolo Paolo, il Giornalino, settimanale per ragazzi dei Periodici San Paolo, allega al suo numero in uscita giovedì 22 gennaio uno speciale Conoscere insieme, inserto di 16 pagine dedicato alla vita e alle opere dell’Apostolo delle Genti.

Le illustrazioni dell’inserto, intitolato “Paolo un uomo in cammino” sono di Sergio Toppi mentre i testi sono di padre Stefano Gorla, direttore de il Giornalino, e di don Domenico Soliman della Società San Paolo.

Il fascicolo illustra la vita e le opere del grande santo con chiarezza, rigore storico e semplicità di linguaggio sviluppandosi in un racconto che diviene sempre più affascinante: Vita di Paolo: da Tarso a Damasco, Testimone fino a Roma, Gli amici di Paolo, Paolo in viaggio, poi Le lettere di Paolo e Il Vangelo di Paolo.

Sergio Toppi (Milano, 1932) è un riconosciuto “maestro” del fumetto italiano: ha disegnato centinaia di storie per i più importanti editori italiani e stranieri che gli sono valse numerosi riconoscimenti. Per il Giornalino ha realizzato “La Storia di tutti i tempi” (1982), “In quel Giorno” (1990), “Un uomo chiamato Gesù” (1992), “Il segreto dei quattro codici” (1995) sulla vita e l’opera del Beato Giacomo Alberione, “Le avventure di Robison  Crusoe” (1997), “Karol Wojtyla” (1998), “Federico II di Svevia” (2003), “Archimede” (2005), “Don Gnocchi” (2006), “Gengis Khan” (2006). Lo speciale si conclude con una bibliografia “per saperne di più” nella quale sono segnalati libri, musical, film e una canzone ispirata a Paolo scaricabile anche per le suonerie dei telefoni cellulari. Un originale “cammino” proposto dall’inserto speciale de il Giornalino, con cui anche i lettori più piccoli possono conoscere ed amare Paolo di Tarso.  Il Giornalino è distribuito per abbonamento, nelle parrocchie e in edicola al prezzo di euro 1,60. E’ il più longevo settimanale di informazione e fumetti per ragazzi d’Europa: nel 2009 compie 85 anni.

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Paolo in cammino

Italia: Il capolavoro a fumetti Paulus su internet
Preparato da Editrice SAIE (http://www.saiesanpaolo.it/)

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Per l’Anno Paolino è accessibile a tutti, via internet, il fumetto d’arte PAULUS, un capolavoro grafico e pittorico di Gianni De Luca (1927-1991), con la sceneggiatura e i testi di Don Tommaso Mastrandrea, realizzato per Il Giornalino nel 1986.

De Luca, tra i maestri del fumetto italiano, e tra i più grandi cartoonist nel mondo (premio Yellow Kid, l’Oscar dei fumetti, nel 1971), è stato fino dagli anni ‘50, collaboratore del settimanale Il Giornalino, producendo capolavori indimenticabili, tra i quali la serie del Commissario Spada, la trilogia di Shakespeare a fumetti e Paulus. Tra le molteplici attività, Gianni De Luca è stato anche docente, a metà degli anni ‘80, del linguaggio dei fumetti allo SPICS, lo Studio Paolino Internazionale della Comunicazione Sociale a Roma.

Per visionare l’opera completa, 82 tavole, visita il sito internet dell’Editrice SAIE all’indirizzo www.saiesanpaolo.it.

da: Paulus

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